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1 Dicembre 2021
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UmaniLive0.4 – Guerra all’abilismo e rivendicazione dell’etichetta “disabile”

UmaniLive0.4 – Guerra all’abilismo e rivendicazione dell’etichetta “disabile”

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Abilismo è, per definizione, discriminazione, nei confronti di persone con disabilità fisica oppure mentale. La discriminazione, in questi casi, non fa differenze. Monica Lo Dato e Marco Rasconi sono l’esempio di come la resilienza possa anche trasformare l’abilismo in abilità sociale, possibilità di essere, di esistere. Comunque la parola ‘abilismo’ non piace né a Marco né a Monica, in quanto si tratta sempre di un termine che indicizza un problema e una diversità, mentre, secondo i nostri Umani, la vera inclusione avverrà quando non sarà più necessario avere una parola a riguardo.

Una parola che fa la differenza

Marco Rasconi, presidente della Associazione Italiana Lotta Alla Distrofia Muscolare (UILDM), conosce bene l’abilismo. La scienza ha fatto passi da gigante, ma esiste un problema anche morale. L’articolo 3 della nostra Costituzione Italiana dice chiaramente: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. La dignità, quindi, almeno a livello legale, è un diritto riconosciuto. Non bisogna provare pietà per una persona con disabilità, piuttosto, giusto rispetto. In realtà già dare il giusto peso alla parola pietà, sarebbe forse buona soluzione. In latino, infatti, pietas indicava solamente amore, compassione (nel senso di ‘soffrire con’) e rispetto. Adesso invece si usa per il suo contrario. Serve, quindi, un punto di incontro, come comunità fatta da individui differenti.

Siamo tutti sulla stessa pista

Monica Lo Dato scopre la malattia del figlio quasi da subito, ma lei non si perde d’animo, cerca alleati per affrontarla e fonda il Progetto Filippide. Qui lo sport diventa una possibilità, uno strumento di socializzazione, di restituzione identitaria, anche corporea, per un portatore di disabilità. Si chiama sport inclusivo. Strumento di forza fisica, di superamento dei propri limiti, fino muovere sentimenti ancora più nobili e profondi, fino a divenire riscatto morale. La finalità è una soltanto: rompere gli schemi, perlomeno a livello empatico, che poi la chiave per rompere l’abilismo. Pensieri, pulsioni, sentimenti e desideri, non conoscono confini identificativi. Sulla pista non più. Nella società, al momento, la storia è ancora più complessa e la strada è forse anche più lunga.

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