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20 Giugno 2021
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Troppo sexy per commettere crimini di guerra

Troppo sexy per commettere crimini di guerra

Questo articolo è scritto a quattro mani: il peggior miglior stagista di sempre torna a scrivere insieme alla migliore articolista che Milano Allnews ha avuto il privilegio di ospitare, quindi aspettatevi cambi di pronomi a casaccio e perdonate gli stili che continuano a cambiare, non ho intenzione di piegare la mia penna ad uno stile formale e giornalistico.

Il conflitto israelo-palestinese

Non c’è modo di parlare del conflitto israelo-palestinese senza banalizzare il tutto o senza trasformarlo in una sorta di slideshow cronologica dalla durata metaforica e letterale di circa 150 anni. Ma siccome oramai ho una nomea per articoli pedanti, pedissequi e ripetitivi, mi sembra il caso di cominciare con lo spiegone. Il conflitto israelo-palestinese trae le sue origini dal movimento sionista, ovvero un movimento sociale, politico, culturale e religioso che vede come obiettivo ultimo il controllo della terra promessa ebraica. Il movimento sionista è partito alla fine del diciannovesimo secolo, adiuvato anche da quel mostro che era il colonialismo britannico, e le prime migrazioni di popolazioni ebraiche nel territorio che ora viene definito Palestina (o, se sei di destra, Israele) sono da datare proprio alla fine del XIX secolo. Essenzialmente, ad un certo punto della storia del XX secolo, il territorio della Palestina era stato “affidato” ai britannici, che per appianare dei conflitti tra la popolazione araba (che viveva lì da sicuramente più di una trentina d’anni) e le nuove popolazioni ebraiche che si erano stabilite lì, decisero di fare due stati: uno per gli ebrei, con il 55% del territorio della Palestina (anche se in realtà possedevano neanche il 10% della terra), uno per gli arabi. Gli ebrei accettarono la cosa, gli arabi, ovviamente, no. Nel ’48, con la dichiarazione d’indipendenza dello stato d’Israele, scoppiò un conflitto che si è esplicato in diversi modi. Non è ufficialmente una “guerra”, anche se ci sono conflitti violenti, per via del modus operandi che gli israeliani hanno attuato. Per intenderci, lo stato di Israele ha supportato, in modo diretto o indiretto, una “conquista” dei territori arabi attraverso una forma di colonialismo molto buffa, in cui abitanti israeliani si stabilivano in territori arabi e semplicemente credevano in modo molto forte che la terra sotto i loro piedi fosse Israeliana.

Cause etiche della nascita di Israele

La ragione di questa “credenza” è radicata in realtà nel post-seconda guerra mondiale, periodo in cui i vincitori si ritrovarono a dover fare i conti con i problemi etici e geo-politici della Shoah. Andando a considerare molte tesi filosofiche ebraiche della fine della Seconda Guerra Mondiale, si nota che tutte hanno come temi principali perdono e retribuzione. Come si fa infatti a perdonare la Germania per i suoi crimini? Quale genere di retribuzione o di compenso si può concedere agli Ebrei deportati e uccisi in modo così inumano?
Non si può pretendere la pena di morte per l’intera nazione tedesca, la storia si ripeterebbe senza nemmeno essersi conclusa del tutto. Si può mettere a morte le SS, ma molte scapparono in ogni caso, altre negarono di aver avuto responsabilità effettiva dell’accaduto perché seguivano solo ordini. Che senso ha uccidere qualcuno che si reputa una pedina innocente nel grande schema delle cose e negli orrori commessi?
L’idea dei vincitori fu quella di andare a chiedere alla tradizione ebraica quale fosse quella cosa che avrebbe potuto ricompensare la popolazione delle gravi perdite, delle diaspore e dei genocidi. Scoprirono che una cosina c’era, una cosina che Dio promette spesso nei testi sacri e che viene presentata come il paradiso in terra e la fine di ogni dolore: la terra promessa. Così i Paesi vincitori, ovviamente occidentali con complessi di onnipotenza, hanno preso la Palestina, luogo sacro per gli Ebrei oltre che per Cristiani e Musulmani, e l’hanno data alla popolazione ebrea ancora sofferente per la Shoah.
Il problema è che quel territorio era, come si è già detto, già occupato da millenni dagli Arabi che si sono visti portare via una terra per ragioni del tutto fuori dal loro controllo. Ora, con questa mossa e con gli innumerevoli crimini di guerra, eticamente parlando, Israele ha perso il “moral high ground”. Come esempio si può pensare a quando lo stato di Israele ha tagliato tutte le vie di rifornimento alla Palestina effettuando un genocidio indiretto che si protrae da oramai sessant’anni (qui e qui ci sono due esempi)

È importante inoltre notare che Israele può permettersi una guerra così lunga anche per il modo autoritario in cui rinforza il suo servizio civile: ogni cittadino, raggiunta la maggiore età, salvo rarissime eccezioni, deve prestare servizio nella IDF, le forze di difesa di Israele, e data la natura sempre accesa del conflitto, molti cittadini si sono ritrovati a dover sparare sui palestinesi.

Il parere di Marco Bacchella, che Ylenia condivide ma che non esplicita negli articoli perché finge di essere professionale, che poi alla gente non frega nulla comunque

Se non si è capito, ritengo che lo stato di Israele sia uno stato illegittimo basato su una forma di colonialismo e sul genocidio sistematico, protetto da sentimenti filosemitici che è comprensibile avere dopo la seconda guerra mondiale. Di recente i conflitti si sono riaccesi e hanno di nuovo rilevanza mediatica, anche grazie ad una nuova strategia di propaganda dello stato di Israele.

Marco Bacchella, su Israele

La strategia mediatica di Israele

Vorrei portare alla luce questo articolo, in cui Rolling Stones evidenzia il collegamento tra “thirst traps“, ovvero modelle in atteggiamenti provocanti, e l’IDF. Israele starebbe utilizzando sostenitrici convenzionalmente attraenti per attirare consensi, un po’ come se queste donne siano il volto di un’Israele libera: bellissime, sexy, femminili… ma mai in modo troppo minaccioso. Soprattutto, sono donne che hanno a cuore i sani valori nazionalisti: la patria in primis. In questo modo IDF ha la possibilità – attraverso i social – di manipolare la conversazione riguardo i recentissimi conflitti.
Uno di questi volti della propaganda di Israele è Natalia Fadeev.

Natalia Fadeev: “troppo sexy per commettere crimini di guerra”

Natalia Fadeev è una Tiktoker diventata famosa per essere un’ex soldatessa delle Forze di Difesa di Israele (IDF) e per la sua passione per le partite a Airsoft, quel famoso gioco in cui si combatte in una serie di scenari di guerra, usando delle pallottole di vernice. Autodefinitasi “Gun waifu”, che si potrebbe tradurre con “mogliettina con pistole”, Fadeev capitalizza sull’online persona che si è creata. Con un un milione di followers su TikTok, diverse centinaia di migliaia su Instagram e un profilo OnlyFans, Natalia Fadeev ha creato un’immagine di sé del tutto unica e sfaccettata. Se da una parte la si può vedere in verde militare a sparare ai bersagli, litigando con chi osa definirla una semplice “gun model”, dall’altra la si vede in pose suggestive e vestitini rosa per promuovere il suo Onlyfans. Il tutto condito con qualche riferimento tradizionalista su Dio e la Patria che puzza di estrema destra.

https://www.tiktok.com/@nataliafadeev/video/6967744066662550785?lang=en&is_copy_url=1&is_from_webapp=v1

Il costante supporto verso Israele, contro Hamas e i Palestinesi, da una parte attrae animi affini all’inno di #freepalestinefromhamas, dall’altra mette in questione il supporto incondizionato alle Forze di Difesa di Israele. Nei suoi video, infatti, Fadeev ignora lo sterminio dei Palestinesi avvenuto proprio per mano di IDF i primi di maggio, al che molti utenti le hanno ironicamente chiesto se fosse “troppo sexy per commettere crimini di guerra”.

@nataliafadeev

stop spreading lies about Israel 🇮🇱 we have the most moral military! #standwithisrael #idf #israel

♬ Ha Ha Ha – 𝑷𝒐𝒑𝒑𝒆♡

Per di più , questa “gun waifu” di destra che spara ai Palestinesi mostra che il sex work non è unicamente propaganda di sinistra, anzi. Un’esponente dei valori più tradizionali come Fadeev che si ritrova ad avere un profilo OnlyFans permette di sfatare il mito che la libera professione del sesso sia un modo di corrompere i sani valori della famiglia nucleare e, soprattutto, che tutte le sexworker siano vittime di tratta.

Sul suo profilo di OnlyFans, Fadeev precisa di non scattare nudi integrali ma solo “lewds“, neologismo con cui si indicano solitamente contenuti non esplicitamente sessuali ma contemporaneamente socialmente inaccettabili. È facile pensare che usare questo termine rappresenti un riferimento alla politica conservatrice dell’ex soldatessa, che sì, capitalizza sulla sessualizzazione del proprio corpo ma non in modo troppo esplicito, in un certo senso “conservandosi” pura e non mostrando completamente la sua nudità.
In particolare, leggi e diritti in favore del sex work, per cui si batte la sinistra, arrivano a toccare anche figure come quella di Fadeev, vittima di un grosso leak di materiale dal suo profilo di OnlyFans.

Il dilemma etico

Solitamente i filosofi si chiedono se un monaco, costretto a fare sesso con delle donne, sta effettivamente peccando. O se è corretto tornare indietro nel tempo per uccidere il padre di Hitler. O ancora, si può taccheggiare dalle catene di fast fashion? Ecco qua il quesito etico di tutta questa situazione: è giusto condividere i leak del materiale filopornografico di una soldatessa dell’IDF da cui trae la maggior parte dei suoi guadagni?

Da un lato c’è la questione del sex work: sex work is real work, e come tale va rispettato. Non si ruberebbero gli attrezzi a un idraulico, perché si dovrebbe rubare a qualsiasi altra professione? Il leak può essere contestualizzato in diversi modi. I sentimenti contrari al sex work online sono tanti, basti guardare al linguaggio specifico che si è andato a creare nel corso del tempo. Ad esempio il termine e-thots, letteralmente prostitute di internet, riconducibili alla denigrazione per il fatto che non si considera questa categoria di professioni come professioni valide, quindi è doveroso danneggiarle, che non è altro che una sintetizzazione di questa strana morale proto-cattolica che ancora integriamo nei nostri discorsi morali.

Per di più Natalia Fadeev è una ex soldatessa israeliana. Non è cosa da poco perché il leak del suo materiale di Onlyfans viene giustificato proprio a partire dal concetto di retribuzione sopracitato. Siccome ha ucciso Palestinesi, magari donne e bambini, è giusto che ora perda qualcosa, come ad esempio il ricavato economico del suo Onlyfans. In questo senso si giustifica l’azione compiuta da chi ha messo in rete le sue foto senza consenso e chi ha visualizzato il materiale senza pagare in base a ciò che Fadeev può aver commesso in passato. In un certo senso, la colpa del leak ricade proprio sull’ex soldatessa che “se l’è cercata”, frase che, quando si parla di femminismo, dovrebbe essere un campanello d’allarme.

Il “se l’è cercata” è sintomo di una retorica pervasiva e sessista che riguarda tanto le donne molestate o stuprate (si pensi al catcalling come alle assoluzioni dello stupratore in base ai vestiti della vittima) quanto le vittime di Revenge Porn, ovvero la pratica di diffondere tramite mezzi telematici e senza l’altrui consenso, immagini o video intimi al fine di offendere la sensibilità o ledere l’immagine pubblica della persona coinvolta. E il caso di Fadeev sembra avere tante cose in comune con il Revenge Porn, proprio perchè si tratta di una vendetta vera e propria: siccome ha ucciso i Palestinesi, io condivido le sue foto. L’unica differenza è che queste foto sono già pubbliche, quindi andando a condividerle semplicemente non si fa in modo che Fadeev ci guadagni.

Le risposte al dilemma

Di primo acchitto sembra quasi avere un senso che, siccome Natalia Fadeev è dalla parte di Israele e ha ucciso delle persone, ne paghi le conseguenze perdendo i soldi che si guadagna capitalizzando sul suo corpo e sull’uniforme dell’IDF. Ha però altrettanto senso parlare della presunzione di poter portare giustizia nel mondo con le proprie mani: le possibilità del singolo sono infinitamente ridotte rispetto alla realtà. Esattamente come usare la bici per andare al lavoro non risolverà la crisi ambientale, così impedire a un’ex soldatessa di guadagnare non riporterà invita i Palestinesi uccisi e non porrà fine al conflitto. Per di più c’è da considerare il peso etico.

Si considerino i seguenti sistemi etici:

  1. Il fine giustifica i mezzi
    Questa celebre frase, entrata nel linguaggio comune ma originariamente coniata da Machiavelli, sta ad indicare che, per perseguire un qualche scopo ritenuto giusto, ogni mezzo sia giustificato.
    Se si assume che questo sistema etico sia il più corretto, comunque noteremo che la sua regola principale non si applica. Come giustificare i mezzi se non c’è il fine? Mi spiego meglio: quale potrebbe essere lo scopo del leak? Riportare in vita i Palestinesi uccisi? Porre fine al conflitto? Svelare la propaganda di Israele? Nessuna di queste cose può essere resa possibile dal condividere queste foto. Per di più, se il fine giusto viene a mancare anche i mezzi perdono la loro eticità.
  2. La felicità per il maggior numero
    John Stuart Mill e Jeremy Bentham erano due filosofi positivisti. Il positivismo ha applicato la sua ragionevolezza scientifica anche all’etica andando a predilire la quantità del bene rispetto alla sua qualità. In altre parole significa che ogni persona dovrebbe puntare alla maggior quantità di bene e di felicità per il maggior numero di persone. In questo senso guardare le bellissime foto di Natalia Fadeev gratis porta felicità a più persone, considerando che gli iscritti al suo Onlyfans sono meno dei visualizzatori medi delle foto del leak. Usando questo principio etico, però, se anche solo posso trovare una sola persona in più che può essere felice, devo necessariamente rifare i calcoli. E se potessi aggiungere proprio Natalia al gruppo delle persone felici? Basterebbe fare un passo indietro e pagare per visualizzare il materiale, comunque si sarebbe felici, magari un po’ meno, perché il materiale non è gratuito, ma comunque segati e felici. Il tutto al modico prezzo di 16,50$ ogni 30 giorni, possiamo portare felicità a una persona in più, e sarebbe, secondo questo sistema, più etico.
  3. Morale kantiana del disinteresse
    Kant considerava l’azione etica un’azione che non avesse altro scopo oltre il perseguire la moralità stessa. Insomma, un’azione fatta a fin di bene, completamente disinteressata. Aiutare l’anziana vicina a portare la spesa su per le scale per farsi dare la mancia non è etico, aiutarla senza aspettarsi compenso o retribuzione invece sì.
    Quindi, dopo una profonda riflessione sul disinteresse o meno del leak, ho raggiunto la conclusione che un fine c’è. A prescindere che sia fare qualcosa per i Palestinesi o semplicemente farsi una bella sega, non è un’azione disinteressata. Kant non approverebbe.
  4. Reiterazione della colpa
    Questo sistema è di stampo medievale. È uno degli espedienti che si usa per giustificare come mai sia necessario il battesimo. Infatti il battesimo è una purificazione dal peccato originale… che però, secondo un Cattolico, venne commesso all’alba dei tempi da Adamo ed Eva, non da Marco, Ylenia, Fabio, Carlotta e tutti gli altri che vengono battezzati. Come giustificare quindi il rito? I Medievali hanno pensato al sistema di reiterazione della colpa: la colpa dei progenitori viene passata attraverso le generazioni.
    Ora, al di fuori dal background religioso, ritengo che questo sistema etico sia particolarmente interessante, non tanto per il presunto passaggio metafisico di una qualche ingiustizia commessa, ma per la risposta a una colpa con un’altra colpa. Analizziamo lo scenario: Natalia Fadeev uccide dei Palestinesi e commette crimini di guerra, poi si ritira dall’IDF e si mantiene con un’Onlyfans. La sua colpa è essersi macchiata le mani del sangue della popolazione nativa del territorio. Così per punirla vengono condivise le sue foto senza il suo consenso: si risponde ad un’azione sbagliata con un’altra azione sbagliata e così facendo si reitera la sua colpa, anche se in modo diverso. L’azione non è comunque etica.
  5. La banalità del male
    Questo è il titolo di una famosa filosofa ebrea, Anna Arendt, che usa il concetto del male banale per spiegare le atrocità commesse dalle SS. E sì, sto usando il concetto di una donna ebrea in polemica antisionista: partendo infatti da questo presupposto, Natalia Fadeev non ha colpa di aver ucciso quei Palestinesi. Il male sarà anche banale, lei lo ha commesso senza dubbio, ma… che colpa ne ha? Seguiva solo gli ordini. Quindi non ha nemmeno senso cercare una qualche forma di retribuzione per le sue azioni.
  6. Non esiste una morale!
    Assumiamo infine un punto di vista nichilista: una morale non esiste. In questo senso non si può più mettere il leak delle foto di Fadeev su un piatto della bilancia e fare uso del suo materiale a pagamento, senza pagarlo, è solo una delle altre cose che avrei potuto fare. Ci sarà magari intenzione di ferire Fadeev o le sue finanze, ma non importa. Ora, qualcuno che vive con la consapevolezza di star danneggiando un’ex soldatessa senza poter cambiare le azioni passate della stessa, e che, quindi, le sta facendo del male gratuitamente (posto che fare del male è inteso come danneggiare e che non ha l’accezione di male universale) sta paradossalmente compiendo un’azione più etica di chi si nasconde dietro l’Idea di Bene per dormire la notte.

Per concludere, se il 2020 è stato un anno strano, di sicuro il 2021 non è da meglio, sicuramente perché non pensavo che due lauree in filosofia avrebbero portato ad un analisi così specifica riguardo a quello che è, in sostanza, semplice propaganda militare gestita da donne gatto ispirate dall’estetica e la cultura giapponese creata ad hoc per appellarsi ad una fetta di mercato ben precisa: persone arrapate e poco informate.

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