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11 Dicembre 2019
Milano e lo sport. Proiettata nel futuro, dimentica il passato

Milano e lo sport. Proiettata nel futuro, dimentica il passato

Ora che il verdetto è arrivato e che ha premiato il grande sforzo di Milano e Cortina nel candidarsi ad ospitare le Olimpiadi Invernali 2026, guardiamo bene in faccia la realtà, perché nel campo dello sport Milano è, da sempre, una città che passa sopra le sue stesse multiple anime.
Milano si distrugge e si ricrea con grande rapidità, la storia lo dice. Ricostruendosi sulle proprie macerie, tuttavia, commette l’esiziale errore di coprire il proprio passato, di dimenticarsi della sua storia. Anche di quella sportiva.

Ecco, è ora di finirla.

Piazza Gae Aulenti nel momento in cui il CIO ha assegnato le olimpiadi 2026 a Milano e Cortina

Ho fatto il giornalista sportivo per testate nazionali e internazionali per 25 anni. Ho visto un mondiale e due Giochi Olimpici. Ho fatto notti in tutti i principali impianti della città, ho raccontato le storie di campionissimi e di semplici amatori, di miti olimpici e di dilettanti allo sbaraglio. Conosco bene i luoghi dello sport sotto la Madonnina, le loro storie, i loro personaggi. Da San Siro ad Assago, dal PalaLido al Giuriati, dalla Scarioni alla 25 aprile, ho attraversato il cambiamento delle stagioni sportive e il rapido susseguirsi delle facce da sport. Con una enorme costante: la mancanza di cura e di memoria del patrimonio impiantistico e culturale dello sport milanese.

Parlando di mancanza di cura verso il patrimonio impiantistico mi riferisco al chiaro e sempiterno adagiarsi sulla sufficiente manutenzione dei siti pubblici. È completamente assente l’arricchimento dell’offerta dei luoghi per l’attività di base. Non parliamo, poi, delle palestre nelle scuole e dei bambini obbligati a fare psicomotricità in classe, degli spalti non a norma e confinati a un pubblico inferiore a 100 unità per motivi di sicurezza (come alla Piscina Cozzi), degli adeguamenti dell’accessibilità che hanno fatto saltare gli europei in carrozzina perfino nella nuovissima Allianz Cluod (ex-Palalido). E quando si costruisce o si ristruttura? Tempi biblici, pensamenti e ripensamenti, errori di progettazione. Le piste per le biciclette sono paradiso dei parcheggiatori selvaggi e le possibilità di correre sono direttamente proporzionali alla vicinanza di uno dei parchi o al coraggio del corridore.

Eppure c’è ben di peggio.

Viale Caprilli e i murales che uniscono Piazzale Lotto all’Ippodromo e allo Stadio di San Siro (senza però farne menzione)

C’è il tradimento della storia sportiva che consacra Milano a scrigno dei sogni di sport italiani e a fabbrica di talenti di tutti gli sport. Pensare alle leggende dello sport nate in città è una cosa da brividi, pensare agli eventi sportivi storici andati in scena negli impianti meneghini è un romanzo senza fine. Da Edoardo Mangiarotti a Savino Guglielmetti, da Peppin Meazza a Paolo Maldini, da Antonio Maspes a Francesca Schiavone, Milano ha prodotto galassie di stelle sportive. Eppure non è bastato. Lo spiego con una fotografia: sapete per che cosa è famosa Milano nel mondo? Per il Duomo, per la Moda e per San Siro, all’anagrafe stadio Giuseppe Meazza. Ecco la fotografia. Mai visti i turisti giapponesi che si aggirano fra piazzale Stuparich e Piazzale Lotto con la cartina o il cellulare in mano, gli occhi persi nel vuoto, chiedendo in uno stentato inglese “Where is San Siro?”. Ci si rende conto che già in piazzale Lotto non esiste un totem che spieghi il luogo di sport del PalaLido, le meraviglie del vicino Ippodromo con il leonardesco Cavallo e la via per trovare il tempio di San Siro, là dove troneggiano 10 Coppe dei Campioni?

Altra foto: perché in Corso Venezia non esiste memoria dei memorabili arrivi di campionissimi senza tempo con addosso la Maglia Rosa del Giro d’Italia. Clic: perché nessuno sa che in via Solferino ha abitato e vissuto l’atleta azzurro più premiato alle Olimpiadi della storia italiana (Edoardo Mangiarotti, 13 medaglie olimpiche, 6 ori, 5 argenti 2 bronzi)? Clic: perché nessuno conosce la storia del campo del Trottoir che ora giace sotto i binari della Stazione Centrale? Era il campo da calcio in cui, nel 1899, nacque il Milan. Vogliamo parlare del Vigorelli, leggendario ovale delle Sei Giorni? Clic: perché non si celebra il 7 novembre del 1942, giorno nel quale il campionissimo Fausto Coppi mette la sua firma sul record dell’ora? E’ assurdo che una città nella quale soffia il vento di Olimpia, mangi e defechi così velocemente la sua storia sportiva tanto da darla all’oblio nel migliore dei casi e negarla nel peggiore. Man mano che scorrono le lettere di questo mio accorato appello mi vengono alla mente altri esempi. Ne cito solo un altro che mi sta a cuore. La prima partita della nazionale italiana di calcio fu giocata il 15 maggio 1910 all’Arena Gianni Brera è vide in campo la Francia contro gli Azzurri (che erano bianchi). Finì 6-2 con tripletta di Lana Pietro detto Fantaccino. Perché non c’è un totem, una scritta, una cosa che ricorda questo evento? Fantaccino fu perfino tra i dissidenti del Milan che fondarono l’Inter. A capo di quella nazionale c’era Umberto Meazza, deus ex machina dell’Unione Sportiva Milanese, squadra del folber (per dirla alla GioanBrerafuCarlo) talmente importante che fu concausa della genesi, con i suoi uomini e notabili, della prima commissione tecnica che selezionò la prima nazionale di calcio italiana. E di questo Milano ricorda qualcosa?

In questo scenario proprio l’US Milanese è un ricordo che mi fa venire alla mente una considerazione finale. La storia sportiva e la realtà sportiva di Milano è anch’essa vittima di questo continuo fagocitarsi della città. Sopravvivono al tempo tre realtà, il Milan, l’Inter e lOlimpia, anche se va detto che quest’ultima ha dovuto incrociare sulla sua strada un mecenate per non morire. Il resto è sotto il pelo dell’acqua, squassato da tanti problemi, evirato nelle sue potenzialità dalle inconcruenze nel sistema sportivo meneghino di cui ho appena parlato. Già, perché se non c’è pubblico per chi non è di rossonerazzurro vestito, la colpa è della mancanza di una cultura della pratica sportiva di base che può creare comunità di appassionati che si dividano e sostengano molteplici realtà. Per dirla chiara, l’Us Milanese era la terza società di calcio (e polisportiva milanese) e dal 1946 è passata a miglior vita. Qualcuno se lo ricorda? Qualcosa lo ricorda?

Il continuo morire e sorgere di società altre, però, è anche dannatamente accelerato dall’offesa che si reca alla cultura sportiva di questa città, sempre sepolta sotto il continuo flusso di rinnovamento e di ricostruzione del tessuto cittadino che non si occupa di mettere qua e là delle pietr miliari che ricordino i punti di snodo degli eventi storici dello sport accaduti qui i quali rappresentino gli snodi di una rete di conservazione della cultura sportiva cittadina da preservare in modo imperituro. Se non sarà così saremo per sempre destinati a mangiare pane e calcio e qualsiasi Olimpiade dovesse arrampicarsi sul monte Stella verrà vissuta come un lampo destinato a non rischiarare la notte dello sport milanese.

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Francesco Facchini
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Francesco Facchini

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