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20 Giugno 2021
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Le strade mercenarie del sesso… ma non solo

Le strade mercenarie del sesso… ma non solo

Per le strade mercenarie del sesso è una mostra organizzata dal PAC di Milano in collaborazione con Ri-scatti, Lule e Traffic Light.
Ri-scatti è un progetto che si propone di raccontare storie di dolore ed emarginazione, raccontate senza ipocrisie o filtri. Ri-scatti ha offerto quindi un breve sprazzo di sicurezza a sette sex workers vittime di tratta: Meg, Beth, Amy, Jo, Hannah, Daisy e Sallie (nomi di fantasia). A bordo di un camper, l’associazione ha proposto un corso di fotografia per dare i mezzi a queste donne per documentare la propria vita.

Ogni martedì sera nel parcheggio del McDonald’s quel camper con le luci blu e quell’odore di nuovo diventava il nostro studio. Meg e Beth che sul bordo del loro marciapiede ci aspettavano, noi che dopo il caffè andavamo a prenderle in macchina. Si arrivava fuori dal camper e ci si tirava più giù quelle minigonne troppo corte, ci si sitemava il rossetto sbavato per diventare meno prostitute possibile ed essere “alunne” di un corso di fotografia.

Così scrive Lavinia, operatrice di Traffic Light, che assiste le vittime di tratta per strada.

La mostra è stata curata dal dottor Diego Sileo. “Questa volta per le strade mercenarie del sesso, proprio come scriveva Franco Battiato nel 1982 per l’indimenticabile voce di Giuni Russo, ci sono stato anche io”, così scrive nel testo curatoriale che apre la mostra. Il PAC riporta poi una serie di dati allarmanti sulla prostituzione in strada e sulla tratta di esseri umani: un milione di donne in Europa sono costrette a vendere il proprio corpo per guadagnarsi da vivere. La metà di queste è da considerarsi una vera e propria schiava, nove milioni, invece, gli uomini clienti di prostituzione in Italia. I dati, rilevati da Lule, OIM, Cooperativa Sociale PARSEC, Save the Children e dal numero verde Antitratta sono allarmanti e delineano una condizione di sofferenza inconcepibile.

Scrive Sileo nel testo curatoriale:

Ecco l’ultima frontiera della mortificazione dell’essere umano, che in questi contesti arriva a divorare l’uomo fino all’anima.

La mostra racconta la storia di queste sette donne, la loro vita in strada che sfiorisce tra marciapiedi umidi di pioggia, stivali di velluto rosso e sprazzi di quotidinianità rubata costellati di verdura per la cena, supermercati e persino Bibbie. Il marciapiede, come scrive Sileo, è un luogo non-luogo: una nicchia fuori dalla società, dove le regole della convivenza civile non valgono più e dove si apre un immane scenario spietato di violenza. Ma le fotografie di queste donne delineano anche un tempo non-tempo, una notte infinita, sfiancante, satura di ansia e di pericoli che si contrappone a giornate sospese, come dissociate, vissute tra sprazzi di umanità, cene da preparare, polli da spennare. Nulla sembra effettivamente vita attraverso gli obiettivi di queste donne.

La storia di Daisy, Sallie, Jo, Amy, Hannah, Beth e Meg è un storia di dolore che inizia con il reclutamento: il PAC ne riporta tre differenti modalità, in base alla nazionalità della vittima.

  • Le donne nigeriane vengono reclutate attraverso un rito woodoo o juju, un rito sacrificale in cui la ragazza, guidata da uno sciamano locale, dona unghie, capelli o peli pubici su cui viene versato il sangue di un animale sacrificato, di cui dovrà poi mangiare il cuore. Questo rito simboleggia il possesso: la donna diventa proprietà della madame, la sfruttatrice, a cui sarà vincolata da tre promesse: il pagamento del debito per il viaggio, la fedeltà e l’obbligo del silenzio.
  • Le donne albanesi vengono adescate dai fidanzati che, “preoccupati per l’avvenire di entrambi”, spingono alla prostituzione. In questo contesto è rilevante un codice non scritto di leggi tramandato da secoli in Albania, il Kanun. Questo codice prevede la totale sottomissione della donna al suo uomo, il fidanzato-sfruttatore.
  • Il catalogo parla poi di reclutamento rom, ma usa il termine rom come sinonimo per parlare di donne rumene, con una fastidiosa ambiguità che fatico a non ritenere razzista. Il senso del paragrafo è che le donne rumene sono statisticamente le più giovani a venire in Italia per prostituirsi. Vengono adescate nelle discoteche o grazie ad amici e famigliari. Spesso sono le donne che già lavorano in strada a portarne di nuove, la recluta viene indottrinata con la promessa di una vita più agiata.

È così che ha inizio lo sfruttamento e la conseguente emarginazione. Le vittime sono costrette a vivere ai margini della società, dove vengono private direttamente o indottrinate a rifiutare il reinserimento nella società. Attivistu e volontariu che si occupano della tratta sperano nel riscatto di queste donne. L’esito auspicato dagli operatori del settore consiste nel fare in modo che le donne trovino il coraggio di denunciare i propri sfruttatori e possano uscire dal ciclo di violenza.

Secondo Sileo e le sopracitate associazioni, per ottenere questo risultato è fondamentale porre fine al mercato della prostituzione, quel mercato che si contestualizza in una società satura di omertà e ipocrisia e la cui clientela è esclusivamente maschile.

La sessualità maschile sembra aver bisogno dell’esistenza di queste donne che facciano con i clienti ciò che non è ammesso socialmente in altri contesti, come nel matrimonio. La prostituta è un oggetto sessuale, un corpo commercializzato, che può essere preso, sezionato, frammentato, usato e abusato per conto dei bisogni maschili di fantasia ed egemonia sessuale.

È qui che iniziano le mie reticenze. La tratta è indubbiamente umiliazione, violenza e sfruttamento, è da condannare, ma allo stesso tempo non è rappresentativa di tutto il mondo della prostituzione, quella prostituzione che le nuove ondate del femminismo definiscono empowering.

Oltre la tratta: sex work come lavoro

La tratta esiste ed è un problema non indifferente, ma ridurre tutto il mondo della prostituzione all’oggettificazione della donna è problematico. Trovo che la decisione consapevole di prostituirsi smantelli il meccanismo di depersonalizzazione di cui Sileo parla. La donna consapevole utilizza lo sguardo maschile che la oggettifica a suo vantaggio, per trarne un guadagno personale. Insomma, si muove all’interno delle categorie oppressive per riscattarsi e credo che sia proprio in questo che consista il sex work.

Il termine sex work, letteralmente tradotto “lavoro del sesso”, viene coniato negli anni ’70 in una conferenza di Scarlet Harlot, “Women against violence in Pornography and Media”. Perché questo nome e non prostituzione? Sex work è un termine che non porta con sé tutto lo stigma e la vergogna di parole come prostituta o puttana. In Italia questo termine arriva solo dieci anni dopo con Roberta Tatafiore e il suo testo “Sesso al lavoro”. Pochi anni dopo l’uscita di questo libro, Pia Covre e Carla Corso fondano il Comitato per i diritti civili delle prostitute e iniziano a implementare, nel loro linguaggio, il termine.

Il sex work non è solo sfruttamento ma anche una scelta professionale consapevole e non sempre si può considerare la prostituzione in modo così binario, come sostiene Giulia Zollino, attivista, operatrice e antropologa da cui ho preso la maggior parte di queste informazioni. Un esempio fatto da Zollino è quello delle sex workers transessuali sudamericane che contattano amiche e conoscenti in Europa per venire a lavorare qui, facendosi pagare documenti e viaggio. I primi introiti vengono usati per il pagamento di queste spese. In questo caso di cosa si parla? Sfruttamento o scelta? Zollino usa il termine decisione, che non è né l’uno né l’altro e si muove in un’area grigia che troppo spesso viene ignorata ma che restituisce complessità alla questione del sex work senza demonizzarlo.

Bisogna poi considerare che oggi per lavoro sessuale si intende tutta un’ampia sfera di professioni. Con il fiorire dei nuovi media, il sex work esce in parte dalla strada e sbarca su internet. Fare la porno star, scrivere racconti erotici, vendere foto sessuali… sono tutte modalità in cui il sex work si attua in maniera molto più libera.

Di recente mi sono trovata affascinata dal mondo delle cam girl, per esempio. Su apposite piattaforme, donne di ogni tipo e in certi casi anche uomini, coppie e persone non binarie intrattengono un pubblico virtuale. Gli spettatori possono richiedere delle azioni specifiche alla cam girl, che vengono pagate in tokens, una moneta virtuale il cui valore è di circa 1€:1toks. Il prezzo viene deciso dalla cam girl, che ha il totale controllo sulla situazione e si esibisce nella totale sicurezza di casa sua.

Se mai quindi deciderò di intraprendere questa carriera metterò sul mio profilo di articolista il link per l’account di Onlyfans, una piattaforma spesso usata per vendere foto e video espliciti e piccanti… Ah, no, in quel caso Milano AllNews finirebbe in beghe legali per favoreggiamento della prostituzione.

Perchè in Italia è vero che la prostituzione è legale dal 1958, con la Legge Merlin, ma è altrettanto vero che sussistono invece i reati di favoreggiamento, sfruttamento, induzione e reclutamento. Il problema rispetto a questo scenario si pone perché queste leggi descrivono un modello abolizionista, che nasce all’interno del movimento femminista inglese di fine ‘800, rigorosamente bianco. L‘abolizionismo ha una visione estremamente ristretta del sex work per cui si crede che le prostitute siano vittime da salvare. Il clima che in questo modo si instaura è indicibilmente giudicante e moralizzante, relega il sex work alla sfera dell’indicibile, dell’orrore e della donna in pericolo che deve essere salvata e non c’è visione meno femminista.

Uscire dal modello abolizionista permetterebbe di vedere e comprendere non solo l’umanità della sex worker, ma anche quella del cliente. L’uomo (perché quasi esclusivamente di uomini si parla) che cerca il servizio di una prostituta non è necessariamente quel mostro che dipinge la mostra. Ovviamente la clientela dovrebbe avere un atteggiamento critico rispetto a dove ricerca il servizio, per non incoraggiare lo sfruttamento. In ogni caso se si inizia a concepire il sex work come un insieme di professioni che non si riducono strettamente al vendere un rapporto orale o penetrativo, la clientela automaticamente si espande per includere anche chi fa uso di pornografia o legge racconti erotici… ovvero gran parte della popolazione: tuttu partecipiamo in qualche modo all’industria del sesso.

In questo senso anche il considerare la prostituzione come vendita del corpo risulta limitante e stigmatizzante. Una sex worker vende una performance. Tutte le persone agiscono e si muovono nel mondo attraverso il corpo, tuttu ne facciamo uso in senso lavorativo; forse un driver sottopagato è più sfruttato di una cam girl che vende foto di piedi su OnlyFans.
In conclusione mi piacerebbe dipingere un’immagine della prostituzione più variegata di quella che presenta la mostra. L’esperienza di Jo, Amy, Hannah, Beth, Meg, Daisy e Sally è importante, rilevante, e la loro sofferenza rimane valida, tuttavia non è l’unica degna di essere raccontata.

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