Cerca
20 Giugno 2021
La WebTV di Milano. Un nuovo modo di fare giornalismo. Le notizie utili, pensate e create insieme a voi.
Il male gaze tra Wonder Woman e Belle Delphine

Il male gaze tra Wonder Woman e Belle Delphine

Male gaze

Il male gaze è un concetto introdotto nel 1975 dall’accademica e regista Laura Mulvey, nel suo saggio “Visual Pleasure and Narrative Cinema”. La tesi di Mulvey prende le mosse dalla constatazione che Hollywood è un ambiente che, fino ad anni recentissimi, è stato dominato da registi e sceneggiatori che lasciano ben poco spazio alle donne. Il male gaze (letteralmente “lo sguardo maschile”) consiste nel mostrare o guardare il femminile attraverso uno sguardo tipicamente maschile.

Laura Mulvey

Spesso, quando si pensa al male gaze, viene subito in mente la sessualizzazione. Infatti dalla scelta di attrici convenzionalmente attraenti (quindi bianche o “esotiche”, abili, eterosessuali e cisgender), allo sguardo della telecamera, ai costumi e alle luci, tutto è inserito nel film in maniera tale da soddisfare il piacere sessuale maschile. Dalle formose bagnine di Baywatch ad Harley Quinn, notiamo la sessualizzazione del corpo della donna e una sorta di voyerismo. Ci sono diversi modi in cui avviene questa sessualizzazione: in primis nell’indugiare della telecamera su culi e cosce, ma anche attraverso lo sguardo di altri personaggi che osservano la donna, siano il protagonista o semplici comparse.

Ma oltre alla sessualizzazione anche il perpetrare l’idea di uno stereotipo femminile. La storia del cinema è costellata di esempi: la ragazza acqua e sapone, la femme fatale, il maschiaccio che quando si toglie gli occhiali e si sciogle i capelli diventa la strafiga, la lesbica-femminista indesiderabile. Lo stereotipo più interessante però è senza dubbio la “cool girl”.

La “cool girl”

Chi è la cool girl? Amy Adams, interpretata da Rosamund Pike, nel film Gone Girl (2014) illustra precisamente di cosa si tratta:

Un esempio di cool girl è Megan Fox in Transformers (2007) che è essenzialmente un esperto di motori e auto nel corpo di una donna bellissima o, meglio, una donna bellissima che non tedia il protagonista con la propria femminilità: è una ragazza cool, con le mani sporche di grasso che non perde tempo a indossare i tacchi o a truccarsi, che beve birra e guarda le partite di calcio in tv… insomma, è un altro dei “fra” ma nel corpo di Megan Fox. Sarà forse un modo di rendere digeribili le tendenze omosessuali che la società demonizza? Forse.

Megan Fox in Transformers (2007)

Il caso di Harley Quinn

Prendiamo ora uno degli esempi più evidenti di male gaze: in Suicide Squad (2016) c’è una scena emblematica in cui la telecamera si sofferma languidamente sul corpo di Harley Queen, interpretata da Margot Robbie, sottolineando le calze a rete e i microscopici pantaloncini che indossa.

Questo shot in particolare, ma in generale la maggior parte delle riprese di Harley, sono perfettamente esemplificative del male gaze, ma è interessante notare come in Birds of Prey (2020), con il cambiare del regista, cambi anche il modo di rappresentare questo personaggio.

In Suicide Squad particolarmente emblematico è lo shot del flashback della storia d’amore tra Harley e Joker, che si sofferma a lungo sulle gambe di Margot Robbie, fasciate dalla gonna attillata e poi sui tacchi alti. Il regista David Ayer decide di soffermarsi a lungo sul corpo dell’attrice, quasi con un intento voyeristico, per far godere lo spettatore dell’immagine delle gambe Margot Robbie. Birds of Prey, diretto da Cathy Yan, mimica lo stesso shot delle gambe, ma con un intento drasticamente diverso. La telecamera è posizionata allo stesso livello dei piedi, non indugia sulle gambe e si alza subito a presentare l’azione. L’inquadratura delle gambe non ha un intento voyeristico, serve da mera introduzione della scena che vede Harley come protagonista agente più che un oggetto per il godimento del pubblico maschile. In Birds of prey la protagonista non viene rappresentata come un insieme di parti scomposte, non è solo un paio di gambe perfette, ma ha una personalità e un’identità oltre all’essere desiderabile.

Anche nella scelta dei costumi emerge la differenza tra la presentazione di David Ayer (immagine a destra) e Cathy Yan (immagine a sinistra):

La differenza tra il costume di Harley Quinn in Suicide Squad (2016) e Birds of Prey (2020)

In entrambi i film lo stile di Harley Quinn rimane molto simile: colori sgargianti, abiti succinti e strappati, ma l’effetto è estremamente diverso: se nel primo caso gli abiti attillati hanno lo scopo di indugiare sulle forme dell’attrice più che essere funzionali ai tanti combattimenti del film, nel secondo lo stile di Harley rimane pressoché invariato ma è più funzionale e, in un certo senso, realistico. È emblematica la scritta sulla maglietta nell’immagine di sinistra, “Daddy’s little monster”, che ricorda il ruolo di Harley come mero accessorio di Joker, il suo amante e partner in crime. Nell’immagine di destra, invece, quasi a simboleggiare il riscatto del personaggio dalla relazione simbiotica con Joker, sulla maglietta compare il nome “Harley Quinn”.

Ora, dire che un film che ha alla regia un uomo e la cui sceneggiatura è scritta da altri uomini non significa automaticamente che i personaggi femminili saranno rappresentati tramite la lente voyeristica del male gaze… Ma è vero che la storia della prima Hollywood degli anni ’50 e ’60 vede alla regia solo uomini e che la rappresentazione del femminile attraverso il male gaze costituisce una vera e propria tradizione nel cinema.

Le eroine Marvel

Il caso di Harley Quinn in Birds of prey è significativo anche considerando che Suicide Squad si inserisce in una lunga catena di film sui supereroi, come quelli della Marvel.
Eroine come Wonder Woman e Captain Marvel rappresentano un tentativo di rendere appealing ad un pubblico per lo più maschile figure di riferimento femminile. Le supereroine, proprio come la cool girl, sono disinteressate a ciò che è tradizionalmente femminile, sono una sovversione dello stereotipo della damigella in pericolo che ha segnato cinema e letteratura. In generale l’idea di una protagonista femminile fisicamente forte, indipendente, eccezionalmente intelligente e, soprattutto, bellissima da una parte ribalda l’idea di una femminilità passiva, ma dall’altra scade in uno stereotipo irrealistico che demonizza la femminilità… perché in ultima analisi di femminile queste protagoniste hanno solo il corpo convenzionalmente conforme allo standard della femminilità.
Analizziamo nello specifico le problematicità di alcune supereroine Marvel.

Il costume di Gal Gadot in Wonder Woman (2017)

In Wonder Woman (2017), per esempio, la protagonista, oltre al costume particolarmente succinto e ad armature poco realistiche che sono soltanto belle e sexy più che funzionali, è un personaggio innocente, con scarsi contatti con la propria sessualità ma allo stesso tempo molto sessualizzato. Brie Larson, in Captain Marvel (2019), invece appare come una supereroina ieratica e inapprocciabile che ha sollevato il malcontento nei fans quando invece è forse l’unico caso di personaggio femminile non sessualizzato.
Insomma, un personaggio femminile forte che può essere, figurativamente o letteralmente, tenuto a bada da una forza maschile piace e non esce dal male gaze, mentre uno più radicale che non si rende piacevole è condannato. Ricordiamo però che, quando è un uomo a risultare estremamente indipente e inapprocciabile, il suo valore non viene intaccato e anzi, risulta appealing per un pubblico prevalentemente maschile che vi si identifica.

Perchè il pubblico ammira da lontano?

Proprio nell’identificazione con il maschile sta la base teorica e psicanalitica di questo articolo. Viene interiorizzata dal pubblico l’idea freudiana del Fallo e della donna come Altro dal Fallo.

Per Freud esistono due tipi di soggetti: coloro che hanno il Fallo (gli uomini) e coloro che sono il Fallo (le donne). Essere il fallo significa essere allo stesso tempo donne, oggetto e strumento. La donna in questo senso diventa come un mezzo per l’uomo per riconoscere la propria differenza, una differenza che nello sconcertante desiderio materno sarebbe annullata.
Secondo il modello psicoanalitico ogni soggetto, sesso e identità passa attraverso processi e strutture di differenziazione che vengono configurati in ambito culturale, sociale, linguistico ed estetico come entità fisse, innate, biologicamente e anatomicamente determinate. Questa fissità metterebbe in evidenza una primordiale differenziazione psicologica tra i sessi.

Le teorie freudiane in particolare sostengono che, a livello inconscio, il soggetto tema il desiderio sessuale femminile e voglia annullarlo perché ritenuto insoddisfacibile e pericoloso. L’origine di questa concezione è data dal rapporto co-dipendente dell’infante con la madre che apre la tensione da parte materna a tornare un unico organismo. In questo senso il desiderio femminile potrebbe “risucchiare” la vita che è stata donata e quindi portare la morte.

Il male gaze potrebbe essere un modo per esorcizzare la paura del femminile come realtà inglobante: relegando la donna ad un oggetto passivo che posso controllare, vicino abbastanza da essere toccato e ammirato ma non così tanto da inglobarmi.
Prendendo in esame il cinema di Josef von Sternberg con l’attrice Marlene Dietrich, Laura Mulvey nota come nel film classico una delle opzioni per esorcizzare la minaccia della castrazione sia rappresentata dalla feticizzazione dell’immagine della donna, configurata come un oggetto perfetto e perciò rassicurante. 
In questa prospettiva il pubblico maschile si identifica con il protagonista maschile che osserva la donna-oggetto o, quando il protagonista maschile è assente, con la telecamera stessa che indugia languida, come abbiamo visto, sul corpo della donna. Questo corpo viene tenuto a debita distanza: è lì per essere contemplato e toccato, nulla di più. È altro rispetto a me, è la mia differenza che ha l’unico compito di fare emergere in negativo, come fosse carta carbone, la mia identità di uomo.

Judith Butler per ripensare il male gaze

Ripensare il male gaze significa quindi ripensare la teoria freudiana del femminile. E chi può farlo meglio di Judith Butler?

Judith Butler

La filosofa post-strutturalista ha pensato la teoria della performatività di genere. Butler propone una critica della concezione sociale vigente che identifica il sesso con il genere. Insomma, una donna, secondo la filosofa, non è una donna solo perchè ha una vagina. Tale prospettiva era già stata avanzata a partire dagli anni Settanta in ambito prevalentemente anglosassone dalle femministe afroamericane, postcoloniali e lesbiche. Denunciando le diverse discriminazioni da loro subite—non solo in quanto donne ma anche in quanto nere e/o lesbiche—avevano sostenuto la necessità di un ripensamento dei cardini su cui si fondava il pensiero della differenza sessuale, mettendo in discussione il mito del soggetto femminile unitario. Secondo Butler il genere non appartiene alla sfera dell’essere, ma a quella del divenire, in questo senso è sempre un fare. In questo senso non esiste un’identità fissa e naturale, di cui il genere è una trasposizione socio-culturale; il genere non descrive l’identità di un soggetto, ma lo performa, ossia lo produce nel momento stesso in cui lo descrive.

La crudeltà di Belle Delphine secondo Deleuze

Uno dei risvolti più interessanti del male gaze è però la tendenza da parte di alcuni personaggi famosi a lucrarvi. Consideriamo Belle Delphine, star di internet, modella e sexworker.
La carriera di Belle Delphine nel mondo del sex work è estremamente controversa, a giugno del 2019 l’autodefinitasi “weird elf kitty girl” promette la creazione di un account su Pornhub in cambio di un milione di likes a un post di instagram. A obbiettivo raggiunto arriva il primo di diversi video, dal titolo “Belle Delphine accarezza due grossi uccelli”, in cui Belle Delphine coccola due galline.

Belle Delphine con “gamergirl bath water”


Qualche mese dopo la “neo-porno attrice” apre un negozio online, mettendo in vendita, tra le altre cose la “gamergirl bath water“: l’acqua della vasca da bagno in cui si è lavata. Il prodotto fa sold-out in pochissimo tempo. Dopo l’arresto per aver vandalizzato la macchina del rapitore del suo criceto, Belle Delphine sparisce per un po’ da internet per tornare nel 2020 con un account su Onlyfans e veri e propri video porno.

Belle Delphine è un caso interessante perché sembra essere estremamente consapevole del modo in cui la sua persona viene sessualizzata. Dico “persona” proprio perché a rendere così attraente questo personaggio è l’estetica bizzarra che la circonda, più che il suo corpo in sé. Belle Delphine sfrutta l’appeal sul pubblico per ricavarne una rendita. Si noti soprattutto che, prima che arrivasse il vero e proprio materiale pornografico, Belle Delphine si è sempre presentata in maniera estremamente ironica: tutta la sua produzione di contenuti sembra una presa in giro per l’utente medio che consuma voracemente i suoi contenuti in attesa che finalmente arrivi qualcosa che lo soddisfi. La cosa rivoluzionaria è che dalle fantasie (prevalentemente) maschili, Belle Delphine trae guadagno, sfruttando il male gaze per un guadagno personale ma senza mai effettivamente esporsi come il pubblico spera si esponga.

In termini femministi quello che Belle Delphine fa è rilevante perché aiuta a sovvertire il concetto di male gaze, proprio sfruttandolo: ne mostra, in un certo senso, le problematiche. La donna, ridotta a oggetto dallo sguardo maschile dei media, si riscatta proprio sfruttando la dinamica sessista e lucrandovi sopra.

Ma c’è di più: nell’ironizzare sul desiderio del suo pubblico con queste parodie di porno, Belle Delphine si sottrae, in un certo senso, al male gaze. L’interesse che milioni di persone hanno verso la sua persona è radicato in molto di più che un bel faccino e un’estetica quirky.

In Il freddo e il crudele (1967) del filosofo Gilles Deleuze viene proposta una teoria interessante che prende le mosse da quella sul male gaze di Mulvey. Nei film dell’Hollywood classica, l’attrice non verrebbe relegata al ruolo passivo di feticcio ma è allo stesso tempo oggetto e soggetto dello sguardo. La donna rappresenta un personaggio ambivalente che si concede allo sguardo solo per poi sottrarsene in modo crudele. Il cinema classico costruirebbe, secondo Deleuze, indubbiamente un’esperienza di piacere per lo spettatore, ma questo piacere non si fonda sul controllo della donna, relegata a oggetto, bensì nella suspense che deriva dal suo ritrarsi. La minaccia della separazione crea ansia e panico nello spettatore, che eppure continua a goderne in una sorta di masochismo.

Gilles Deleuze

Belle Delphine si sottrae alle aspettative del pubblico con queste “thirst traps” derisorie (per esempio i video “porno” di cui sopra), e così non solo si nega al pubblico che continua a fantasticare su di lei, ma ci lucra sopra. Se Deleuze potesse avere il piacere di conoscere Belle Delphine noterebbe sicuramente che nello sfruttare la dinamica oggettivamente del male gaze, si instaura un gioco in cui Delphine si concede e allo stesso tempo si sottrae, suscitando nello spettatore l’ansia della separazione che, per essere esorcizzata, necessita di fagocitare sempre più contenuti allusivi, in un circolo vizioso che non finisce mai.
Per di più, Belle Delphine lucra su questa dinamica: sfrutta lo sguardo del pubblico e le sue ansie inconsce in una sorta di sadismo. Ma attenzione: questo sadismo è ben accolto! Se la dinamica iniziata dalla cat-girl non fosse sadica, il pubblico non potrebbe derivare piacere dalla sua crudeltà per crogiolarvisi come così disperatamente anela.



Milano AllNews è e continuerà ad essere una testata giornalistica ad uso gratuito e libero, ma se vorrete accordarci la vostra fiducia, ci impegneremo sempre più profondamente nel mostrarvi e raccontarvi Milano e la Città Metropolitana nella maniera più completa possibile.
Milano AllNews è social webtv, news, articoli, podcast e longform.
Tutti formati editoriali per costruire un racconto il più completo possibile.

Basta un click e una piccola donazione per dar fiducia a questo nostro progetto condiviso.

Condividi

Archivi