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20 Giugno 2021
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Guida all’8 marzo per l’uomo medio

Guida all’8 marzo per l’uomo medio

La festa della donna non si festeggia, non c’è femminista che non l’abbia ribadito e sarebbe bello poter pensare che sia superfluo ripeterlo. Tuttavia, puntualmente, ogni 8 marzo è sempre la stessa storia: mimose a palate, auguri in ogni forma, e Quello che le donne non dicono, che, per inciso, è una canzone molto sessista e piena di stereotipi, dedicata a madri, sorelle, figlie e colleghe. Questo articolo si premura di aggiungersi alle già infinite voci, che spiegano perché questi auguri non servono a nulla.

Il sessismo interiorizzato dell’uomo medio

La società patriarcale in cui viviamo tende a ridurre la donna a due opposti. Il primo polo a cui viene ridotto il femminile è quello della donna angelica. Tuttu in qualche modo o forma hanno conosciuto la storia d’amore unilaterale tra Dante e Beatrice: il poeta fiorentino si innamora di Beatrice a nove anni e per tutta la vita continua a fremere di passione. Ma attenzione, non si tratta di una passione carnale, Dante freme perché Beatrice è come un angelo, venuta sulla terra per elevarlo alla salvezza e nient’altro. Beatrice è infatti perfetta, bella, devota, gentile, pia, etc. L’altro polo, totalmente opposto al primo, è quello incarnato, per esempio nella tradizione biblica, da Eva o Maria Maddalena: la poco di buono, la donna tentatrice, la femme fatale. Una donna, insomma, che vive la propria sessualità con orgoglio magari senza uomini tra i piedi, che prende decisioni autonome che però finiscono per trascinare l’uomo nel peccato.

L’8 marzo è la festa della donna… ma di che donna? A seconda di chi andiamo a prendere in considerazione, la risposta sarà diversa.

Prendiamo il caso di Mario, un signorotto qualunque che la mattina di lunedì è uscito, ha preso un rametto di mimose al primo fioraio che ha visto e, tutto orgoglioso, l’ha portato alla moglie, con tanto di bacio e auguri. Il gesto di Mario è adorabile, è una celebrazione della moglie, ma anche di sua madre e di sua figlia, perché queste sono le donne della sua vita, donne che gli stirano le camicie, apparecchiano la tavola in modo impeccabile e si radono le gambe d’estate per sembrare più pulite e curate. Mario ama sua moglie, sua madre e sua figlia e vuole usare questa ricorrenza per celebrare tutte le cose fantastiche che fanno per lui, vuole esser loro riconoscente. Cosa c’è di male in questo scenario? Innanzi tutto Mario vede nelle figure femminili della sua vita lo stereotipo della donna santa; ciò non vuol dire che, a volte, non abbia battibecchi con la moglie o si scocci per certi atteggiamenti della madre, Mario ha tutte le buone intenzioni e vede queste donne come persone a tutto tondo, difetti compresi, ma lo stereotipo ricorre proprio nel voler mostrare loro gratitudine per tutte le cose carine che queste donne hanno fatto per lui.

Per Mario la mimosa vuol dire: grazie per essermi stata accanto, grazie per esserti occupata della casa, grazie per avermi cresciuto. Tutte cose meravigliose, è che Mario ha proprio sbagliato giorno oggi.

Innanzitutto, quest’anima gentile non si accorge che, da una parte sta perpetrando lo stereotipo che Beatrice incarnava perché ciò per cui è grato è ciò che queste donne hanno fatto in funzione a lui e a nessun altro, contribuisce a farle stagnare nei loro ruoli di moglie, madre e figlia. In questo senso, pur ringraziandole, festeggiandole, Mario sta subordinando le donne che più di tutte ama a se stesso e l’8 marzo non vuole proprio essere questo tipo di ricorrenza.

Inoltre, Mario non si accorge che, senza volerlo, sta ringraziando moglie, madre e figlia, per aver perpetrato dei ruoli di cura che stereotipicamente vengono associati alla femminilità, e in questo senso, per esempio, educa la figlia ad associare la gratitudine con la performance di un ruolo di genere del tutto binario; in altre parole Mario sta dicendo alla sua bambina: “ti voglio bene, ti rispetto e ti celebro perché sei una donna della mia vita e, come tale, fai tutte quelle cose che le donne fanno”. Il sottotesto, che magari Mario, che è anche relativamente progressista, nemmeno intendeva è che c’è una femminilità sola e che è da celebrare, qualsiasi cosa che non vi rientri non merita lo stesso trattamento. Convenientemente, poi, questa Femminilià con la F maiuscola è molto simile a quella che Beatrice incarnava: pura, gentile, empatica e altruista. Ho scelto questi termini proprio perché, in sé, non sono malvagi, tutt’altro, sono universalmente considerati dei pregi; il problema si pone quando questi tratti vengono prescritti e associati alla Femminilità, senza gli uni non si dà l’altra e viceversa. Quindi Mario, con tutte le buone intenzioni, è come se avesse costretto la figlia nel recinto della Femminilità, insegnandole che è degna di lode solo se ha tutti quei fantastici pregi che la Donna ha.

Ora, con un piccolo salto nel tempo, ipotizziamo che la figlia del signor Mario, che, ironia della sorte, chiameremo Beatrice, sia diventata grande, si sia laureata e abbia un lavoro soddisfacente, un compagno, una casa e magari anche un cane. Certo, Beatrice prende esattamente il 20% in meno dei suoi colleghi maschi, che è un po’ ingiusto secondo Mario, ma se non altro così la figlia sarà incentivata ad occuparsi della prole quando verrà. In ogni caso, proprio come il padre, anche Beatrice si prepara a vivere una vita tranquilla e agiata nella periferia di qualche grande città, dove l’8 marzo gli uomini regalano mimose e i cortei delle femministe arrabbiate sono un distante miraggio.

I rapporti di Beatrice con suo padre sono ottimi, dopotutto Mario è un uomo tranquillo e amorevole. Certo, amorevole quanto si addice a un uomo: non si perde certo in effusioni, è devoto alla moglie e a week-end alterni passa dalla figlia ad aggiustare ora l’auto, ora lo scarico del lavandino e altre cose che competono a un uomo e di cui la figlia non si intende.

Ora, quello che Mario, vittima di una società subdolamente patriarcale, non si accorge di legittimare è, innanzitutto il gender pay gap: la differenza tra il salario medio di tutti gli uomini e quello di tutte le donne che svolgono un lavoro retribuito. Allo stesso modo è molto problematico che pensi che il divario tra la paga della figlia e quello dei suoi colleghi, tutto sommato, possa incentivarla ad occuparsi dei figli, quello che sta facendo è fomentare uno stereotipo di genere per cui il lavoro di cura è inevitabilmente nelle mani della donna e, per di più, dà per scontato che Beatrice voglia dei figli. E, d’altra parte, pensa Mario, perché non dovrebbe? I figli sono un passo importante nella vita di tutti, danno tanta gioia e assicurano stabilità durante la vecchiaia. In un certo senso ha ragione: i figli non sono un problema di per sé, il punto è che Mario è un uomo e un padre e che sta proiettando sulla figlia delle aspettative, tutte derivate da un’idea di femminilità e di famiglia preconfezionata e pervasiva, che più che invogliare la persona a fare scelte libere e consapevoli, ne affossa i desideri e l’individualità in un’aspettativa sociale che, in realtà, non è l’unica alternativa.

Questa imposizione sottile che trasuda dall’atteggiamento di Mario si nota soprattutto durante questi fantomatici week-end aggiustatutto: Beatrice non sa aggiustare lo scarico, Mario non gliel’ha mai insegnato perché non gli è mai venuto in mente di farlo. In ogni caso la ragazza era sempre impegnata con le lezioni di danza, a cui Mario stesso l’aveva iscritta, o con lo shopping con le amiche, i cui acquisti venivano pagati da lui. Non c’è mai stato il pensiero conscio che insegnare a caricare la batteria dell’auto fosse un lavoro non adatto a una donna, ma sicuramente l’educazione della figlia ha, quasi spontaneamente preso un’altra direzione: la danza era lo sport di tutte le bambine, lo shopping era l’attività del weekend, e se c’era tempo perché Beatrice imparasse a fare il bucato (cosa che, per esempio, per il suo compagno è un procedimento oscuro), sicuramente queste cose da uomo sono passate in secondo piano. Insomma, con innocenza e un po’ per pigrizia, Mario ha educato la figlia a performare tutte quelle piccole cose tipicamente femminili. In realtà anche Beatrice ha responsabilità delle sue mancanze… vive bene nella sua femminilità.

Certo, a tratti le prese in giro del compagno sul fatto che la donna sia il sesso debole sono irritanti, ma se questo è il problema più grande, non è poi così male. Il fatto è che Beatrice sta performando un’iperfemminiltà: le piace il rosa, le belle scarpe, e occuparsi della casa e, anche se sicuramente tutto ciò è la normale conseguenza dell’imposizione sociale per cui il suo valore si misura da come sa calzare i panni della donna, non c’è nulla di male nel suo perpetrare un’idea femminilità dirompente. Certo, da una parte si deve sorbire i commenti del compagno che, come molti, demonizza la mollezza e la superficialità di questa iperfemminilità, e dall’altra non è che quella di Beatrice sia stata una scelta consapevole, ha sempre e solo creduto che con l’avere una vagina e un utero venisse automaticamente il trucco, i bei vestiti e la ricetta delle lasagne, e se anche tutto questo le pesasse, non potrebbe uscirne perché è persa nell’identità di genere che le hanno assegnato alla nascita e in cui è costretta, da se stessa, ma in generale anche dalla società, a identificarsi.

Comunque, ogni tanto, durante questi week-end in cui Beatrice osserva passivamente il padre aggiustarle la macchina, parlano del lavoro di lei, dei progetti e della sua carriera, ma anche di come alcune colleghe di altri uffici abbiano lamentato commenti molesti e, a volte, palpatine in ascensore. Mario è indignato e incredulo, questi uomini per lui sono quasi creature mitologiche, persone represse che non sanno comportarsi… eppure, sa che spesso le donne sul posto di lavoro non aiutano: fanno battute provocanti, lasciano che l’orlo della gonna si alzi un po’ troppo e cose del genere. In ogni caso non dice nulla, tanto questi scenari sono relegati a un ufficio lontano da quello della figlia, che è tranquilla e incolume.

Anche qui Mario non si accorge di fomentare delle dinamiche sessiste: innanzi tutto ha un atteggiamento misogino: le colleghe della figlia si sono meritate le molestie per aver assunto determinati atteggiamenti. Il sottotesto è, ancora una volta, radicato nella dicotomia madonna-puttana di cui si è parlato in precedenza: i commenti molesti non sono per la Beatrice di turno, ma per le colleghe che hanno slacciato un bottone in più della camicetta. Mario sta automaticamente addossando tutta la responsabilità alle donne vittime di queste molestie, anziché agli uomini che le hanno perpetrate. Lo si evince dal fatto, apparentemente innocente, che Mario si sorprende della notizia. Sorprendendosi sta assumendo in automatico che queste molestie non siano la norma, sono episodi sporadici, e chi perpetra queste violenze è un uomo diverso dagli altri, uno eccessivamente borioso o goliardico, fuori dalla norma. Non importa se si stima che siano 8 milioni 816mila (43,6%) le donne fra i 14 e i 65 anni che nel corso della vita hanno subito qualche forma di molestia sessuale. Insomma, Mario sta contribuendo a relegare questi episodi a qualcosa di inusuale, fuori dal quotidiano, senza accorgersi che, in realtà questo tipo di sessismo è sistemico. Allo stesso modo, quando il signor Mario sente al TG notizia dei numerosi casi di uomini violenti, scuote la testa con aria afflitta e disgustata: «Che mostri,» pensa. «che pazzi!». Per Mario infatti tutti i veri uomini sanno che le donne non si toccano nemmeno con un fiore, questa gente sicuramente non è normale, gli stupratori sono malintenzionati sconosciuti senza volto, che fermano le ragazze nei vicoli, gli stalker sono ex-fidanzati accecati dalla gelosia che hanno perso il senno e stereotipi di questo tipo.

Dati raccolti da un’analisi comparata tra i dati ISTAT e quelli dei centri antiviolenza

Succede però che un sabato mattina Mario si presenta a casa di Beatrice senza avvisare; l’ultima volta che è passato dalla figlia ha notato un infisso cigolante o una guarnizione rotta del frigorifero ed eccolo pronto a fare l’uomo di casa. Quando però Beatrice arriva ad aprirgli la porta zoppica, ha un occhio nero e dice di essere caduta dalle scale. Mario è ingenuo, ma non così tanto, e intuisce che quello che per lui è inimmaginabile, in realtà accade proprio sotto il suo naso e che il mostro e il pazzo in realtà hanno la faccia del bravo ragazzo e il colletto inamidato del genero. Le vittime di violenza domestica, che da chissà quanto tempo includono Beatrice, sono 88 al giorno e finalmente per Mario questo dato inizia ad avere un senso. Il problema di questo padre preoccupato è stato aver aspettato che capitasse alla figlia prima di vedere la pervasività del fenomeno: Mario è sessista proprio perché si preoccupa per le donne solo quando si tratta di quelle che gli stanno accanto, il resto delle violenze sono casi eccezionali, di cui ci si dimentica subito dopo aver scosso la testa con fare indignato. In ogni caso, nemmeno con la consapevolezza che la violenza è pervasiva si cancellano anni di sessismo e victim blaming interiorizzato, e Mario si ritrova seduto al tavolo della cucina di Beatrice, che gli siede davanti con gli occhi spenti e racconta dei soprusi del compagno. Il signor Mario è preoccupato ma non può fare a meno di chiedere alla figlia il motivo delle botte, come se ci fosse, magari, la remota possibilità di discolpare il genero e salvare la situazione dalla catastrofe legale o da una rovinosa separazione. Quello che Mario non capisce è che, anche se un motivo ci fosse, Beatrice continua ad essere una vittima di violenza domestica e che non c’è gelosia, litigio, disattenzione e ragione che possa giustificare il genero.

È per questo che l’8 marzo non è una festa: le ingiustizie sono tante, pervasive, sistematiche e non c’è tregua. La parità di genere è un paravento illusorio dietro cui si nasconde il signor Mario di turno, quello che capisce la violenza e l’ingiustizia solo quando gli entra in casa e che, puntualmente, ogni 8 marzo porta mimose ed è grato alle sue Beatrici.

Un 8 marzo senza mimose

L’8 marzo è la giornata internazionale dei diritti della donna, è una giornata di lotta e rivendicazione politica per sollevare consapevolezza sul macrocosmo della disparità e della violenza di genere.

Regalare la mimosa ormai è un gesto scontato, privo di tutto il peso politico che aveva un tempo. La mimosa era infatti il fiore che i partigiani regalavano alle donne che facevano le staffette, era anche il fiore che durante il Fascismo si regalava in fabbrica, da donna a donna, come gesto di sorellanza e solidarietà. Ora, però, quando il signor Mario porta questo fiore alla figlia e alla moglie, è un gesto intriso di sessismo, che non vede l’abisso politico che vi si nasconde sotto.

Illustrazione di Elena Tersicore Triolo (@carotecannella)

Il prossimo 8 marzo, quindi, niente mimose, ma più iniziative come quella della Coop. La cooperativa ha aderito a una petizione su Change.org dell’associazione Onde Rosa, che ha richiesto che si abbassasse l’Iva sugli assorbenti al 4%. In Italia, come in molti altri paesi, infatti, i prodotti di igiene femminile sono tassati come beni di lusso. Le lamette per la depilazione delle gambe sono in realtà gli stessi identici rasoi proposti agli uomini per radersi la barba, ma dal momento che hanno l’impugnatura rosa costano almeno il 20% in più. E in realtà la pink tax (così si chiama questo fenomeno) è ancora più pervasiva: giocattoli per bambine, vestiti e servizi.

Gli assorbenti femminili, bene tutt’altro che di lusso subiscono un’Iva del 22%, al pari di articoli di abbigliamento, sigarette, vino, che non sono considerati di prima necessità – Maura Latini, AD Coop Italia

Per questo che la l’8 marzo è necessario e non va perso in gesti di gratitudine scontata. Il sessismo è un fenomeno pervasivo: avere una vagina e un utero è un lusso, ed essere donna significa essere soggette a ingiustizia è sociale, economica e culturale.

Foto di Love Assai di Ivan Tresoldi

In occasione dell’8 marzo di quest’anno tante sono state le iniziative artistiche, come Esistiamo non solo l’8 marzo di Cristina Donati Meyer e come LOVE assai, dello streetartist Ivan Tresoldi che durante la notte tra il 4 e il 5 marzo 2021, ha dipintodi fucsia l’unchia della scultura L.O.V.E., il grande dito medio di Maurizio Cattelan che svetta in Piazza Affari a Milano. La rivisitazione dell’opera, dedicata alle attiviste di NonUnaDiMeno e allo Spazio di Mutuo Soccorso di piazza Stuparich.

C’è poi da considerare tutte quelle soggettività che la narrazione mainstream dell’8 marzo ignora: donne trans, donne non eterosessuali e donne nere e di colore in particolare. Il femminismo, se non è intersezionale, non è femminismo. Con il termine intersezionalità si intende l’intersezione tra i vari tipi di lotta: una donna nera, per esempio, subirà discriminazioni per entrambi questi aspetti della propria identità, così come la sua lotta sarà una lotta relativa ad entrambi questi aspetti. L’8 marzo è anche la giornata di tutte queste donne non conformi all’immagine borghese che viene così pervasivamente presentata dai media e ignorata dal resto del mondo.

In conclusione questo articolo è scritto con la speranza che il prossimo 8 marzo possa essere una giornata di lotta consapevole, inclusiva, intersezionale, con meno mimose e più assorbenti con l’Iva al 4%.

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