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20 Giugno 2021
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Cyberfemminismo: tecnologia contro il patriarcato

Cyberfemminismo: tecnologia contro il patriarcato

Ad aprile mi ritrovavo chiusa in un monolocale a Milano a gestire il lock-down con un coinquilino nuovo una tesi ancora tutta da scrivere. Mi sono districata dalla routine appena conquistata per contattare il mio relatore. Siccome studio in un’università cattolica e sono ben decisa ad andarmene lasciando un indecoroso segno rosa nei chiostri del Bramante, davo per scontato che avrei scritto una tesi sul transfemminismo. Non avevo però la più pallida idea di come questo tema avrebbe potuto applicarsi a tutti i grandi filosofi, rigorosamente maschi, che avevo imparato ad apprezzare. Sono rimasta sorpresa quando il relatore ha risposto con entusiasmo alla mia proposta di tesi. In particolare mi è stato veementemente richiesto, si potrebbe dire imposto, di inserire un testo specifico, A Cyborg Manifesto, di Donna Haraway. Inizialmente, l’immaginario che mi si è aperto era costellato di donne al computer, terminali aperti e gamer girlfriends con i capelli colorati. Di riflesso, cyberfemminismo per me era solo un termine estremamente specifico per indicare la presenza delle donne nell’ambiente fin troppo sessista dell’informatica, nulla a che vedere con la filosofia. Quando sono riuscita a mettere le mani su una copia di A Cyborg Manifesto e a trovare un senso allo stile criptico e poetico di Haraway, mi sono resa conto che, in un certo senso, era tutto quello che mi ero figurata e anche di più.

Postumanesimo e Postmoderno

Donna Haraway

Il contesto filosofico in cui scrive Haraway è quello del Postmoderno. Con questo termine si intende l’epoca della crisi delle grandi certezze che inizia con il tramonto dell’imperialismo europeo e si afferma con il sorgere di Internet e dei nuovi media. Si tratta di un periodo storico segnato dalla perdita di senso che ha generato un condiviso senso di caos tutto particolare, in un certo senso fecondo, da cui è possibile far emergere prospettive nuove e fortemente politiche. Naturalmente leggere del Postmodernismo ha infiammato le tendenze anarchiche mie e del mio coinquilino, collega filosofo e attivista che ha aggiunto un altro tassello al puzzle, parlandomi di Postumanesimo e di Rosi Braidotti.

Per parlare di Postumanesimo bisogna prima parlare di cosa lo precede: la tradizione umanista. L’Occidente considera da sempre l’uomo l’essere sociale, politico e soprattutto razionale per eccellenza. Dato che elabora concetti universali e dimostra una più o meno armoniosa connessione con altri uomini, l’uomo può affermare di conseguenza la propria superiorità su tutte le altre entità. Il Postumanesimo rompe con questa farsa antropocentrica, facendo metaforicamente il dito medio a questa centralità dell’uomo. In Postumanesimo, Braidotti apre così la sua riflessione:

All’inizio di tutto vi è Lui: l’ideale classico dell’Uomo […] il presunto ideale astratto di Uomo, simbolo dell’Umanesimo classico, è in realtà il vero e proprio maschio della specie: egli è un lui. Inoltre lui è bianco, europeo, bello e normodotato; sulla sua sessualità non si può congetturare molto.

Insomma, il Postumanesimo, rispetto alla centralità del maschio bianco etero cisgender, si premura di offrire spazio ai margini e ai discorsi delle minoranze: un’apertura a possibili emancipazioni delle soggettività differenti da quella dominante in epoca moderna. Sempre in Postumanesimo, Braidotti scrive:

Alcuni di noi non sono considerati completamente umani ora, figuriamoci nelle precedenti epoche della storia occidentale sociale, politica e scientifica.

Una definizione in negativo

È importante che il mondo cyborg si muova a partire da queste premesse, perché questa presa di coscienza dello stato delle minoranze permette di definire cosa si intenda per cyberfemminismo in opposizione alla cultura vigente.

L’uomo ha creato una realtà ordinata, sistematica, dotata di una struttura rigida che esclude tutto ciò che non vi sia conforme. In questo senso, scrive Haraway:

Le unità cyborg sono mostruose e illegittime.

Il cyborg è una figurazione per le molteplici identità sessuali minoritarie e trasgressive che non si riconoscono nell’eterosessualità e rifiutano anche l’omosessualità come ghetto socioculturale. Quante volte il mondo queer si è definito in opposizione al perbenismo della società, rivendicando la propria stranezza quasi mostruosa? Così come più e più volte ho incontrato nel mio fare attivismo comunità native o rom definirsi proprio in opposizione a ciò che è universalmente considerato normale. Si delinea in questo senso una sorta di filosofeggiare a partire dal basso: il cyberfemminismo mi sembra la messa in filosofia di una controcultura che nasce con il movimento cyberpunk e arriva ai centri sociali milanesi.

Ma cos’è il cyberfemminismo? Le prime definizioni risalgono al First Cyberfeminist International, che si tenne a Kassel, in Germania, dal 20 al 28 settembre 1997. Si tratta di una delle prime occasioni in cui le neonate cyberfemministe hanno modo di confrontare le proprie idee in merito a cosa fosse il movimento di cui si sentono parte. L’evento coinvolge 38 donne provenienti da 12 stati e viene organizzato dal gruppo di attiviste che aveva fondato a Berlino, nella primavera dello stesso anno, l’Old Boys Network, un sito cyberfemminista animato, con l’intento di fornire spazi in cui studiose, artiste e attiviste cyberfemministe potessero svolgere le loro ricerche.

Le attiviste coinvolte cercano quindi di riflettere sulla possibilità di una definizione del movimento. Il risultato è una lunga lista di ciò che il cyberfemminismo non è, chiamata Le 100 antitesi. Riporto alcuni punti interessanti, traducendoli in italiano anche se la versione originale ne prevede la stesura in più lingue:

18. Il cyberfemminismo non è un -ismo

98. Il cyberfemminismo non è dogmatico

Questi punti implicano il rifiuto di un pensiero dogmatico; molto spesso gli “-ismi” (fascismo, comunismo…) ordinano un set di valori prestabilito e molto forte, che non ammette dissidenza. Con il punto 18 della lista, quindi, le attiviste intendono aprire uno spazio di libertà e contronarrazione.

26. Il cyberfemminismo non è separazione

30. Il cyberfemminismo non è senza connesione

I punti 26 e 30 aprono una riflessione su coesione e separazione. Coesione rispetto alle molteplici identità, lingue, culture che convergono nel movimento e separazione dalla tradizione femminista di prima e seconda ondata e da quella maschilista.

88. Il cyberfemminismo non è un’area non fumatoru

92. Il cyberfemminismo non è per signore

Questi due punti sono invece una presa di posizione contro il perbenismo. Il cyberfemminismo non è un movimento educato, ma indecoroso. Che rivendica l’opposizione alla cultura vigente dal punto di vista valoriale, filosofico ma anche estetico e rappresentativo.

Haraway scrive inoltre contro l’annichilimento della persona che sistemi di valori di matrice cattolica impongono.

lllustrazione di @cyborg.asm

Il cyborg non riconoscerebbe il giardino dell’Eden: non è nato dal fango e non può pensare di ritornare polvere

Mi sono divertita molto a commentare questa citazione in tesi, da studentessa della Cattolica. L’uomo, per il Cristianesimo, è una creazione di Dio, il quale prende la parte più infima della materia e la plasma a sua immagine e somiglianza. Il cyborg rifiuta questa idea perché è intrinsecamente annullante: la persona non è il risultato di un’entità altra, trascendente che tutto può e vede, ma un frammento di realtà che sta qui, adesso. Non vive nel timore o nell’aspettativa di un al di là, si dà come reale, con il suo proprio sentire e percepire. In questo senso riscopre la dimensione del corpo, che nella filosofia cristiana spesso è la parte del credente più vicina al peccato e che nella filosofia occidentale viene considerato un impiccio per la ragione, l’unica che può portare al pensiero.

Cyborg tra tecnologia, finzione e politica

Ma perché proprio “cyborg”? Scrive Haraway:

Un cyborg è un organismo cibernetico, un ibrido di macchina e organismo, una creatura che appartiene tanto alla realtà sociale quanto alla finzione.

Illustrazione di @cyborg.asm

Questa citazione contestualizza il cyberfemminismo nelle nuove tecnologie. Oltre alla rete, che connette le identità cyborg, si intende il virtuale: l’ambiente in cui i soggetti vivono, comprano, si relazionano, sperimentano identificazioni, mettono in comune esperienze e saperi. Anche le grandi innovazioni della scienza e della tecnica contribuiscono a creare questo ibrido di macchina e corpo. La mappatura del genoma umano, la procreazione assistita e l’ingegneria genetica sono ormai pratiche e studi di routine per la scienza odierna e attualizzano il controllo del corpo. Fondendo la sfera dell’organico con quella della tecnica, si potenziano le possibilità del corpo andando a definire una nuova frontiera dell’essere umano come “ibrido bionico”. La donna, in particolare, è specialmente coinvolta perché, attraverso la procreazione assistita, le si aprono possibilità nuove di riproduzione. Se le femministe radicali vedono nelle tecnologie di riproduzione un tentativo di espropriazione da parte del patriarcato di ciò che di esclusivo c’è nell’essere donna, le cyberfemministe individuano in tali tecnologie la possibilità di liberarsi dagli imperativi biologici della maternità.

Haraway parla anche di finzione, radicando il cyborg nel contesto della letteratura cybepunk. Negli anni ’60 dalla fantascienza classica di Asimov, solita raccontare di conquiste spaziali e rosei futuri ipertecnologici, nasce una nuova ondata di scrittori come Ballard, Moorcock, Harrison, insofferenti nei confronti dell’ingenuo ottimismo della produzione precedente. La guerra in Vietnam, l’era del sesso, droga e rock and roll, e i timori di sovrappopolazione portano questi autori ad immaginare scenari ben più cupi per i loro racconti. Negli anni ’70, lo sbarco sulla luna fa sognare mondi sconosciuti e viaggi tra le stelle, ma la vera svolta si ha nei primi anni ’80, quando Internet vede la luce. È in questo contesto che scrivono Gibson e Sterling, pionieri della letteratura cyberpunk. Questa corrente dallo stile analitico racconta di antieroy, prostitute, punk, truffatoru, piratu informaticu che vivono le loro storie fra cyberspazio e tetri territori urbani. Si tratta delle stesse figure messe in scena da Ridley Scott in Blade Runner (1982), film ambientato in una Los Angeles futuristica, costantemente lacerata dalla pioggia e dall’inquinamento, soffocata da inquietanti costruzioni specchio di una società decadente e oppressiva. La forza innovativa ed eversiva del cyberpunk sta proprio nell’essere un filone letterario che recupera organicamente alcune delle tensioni sociali esistenti, dando voce alle minoranze escluse della società post-industriale. Ma il mondo della letteratura cyberpunk non è privo di contraddizioni: se da una parte rivaluta le minoranze, dall’altra si deve aspettare il 1987 per Mindplayers, unico romanzo della corrente scritto da una donna, Pat Cadigan.

È proprio da questo immaginario che prendono forma alcuni presupposti del movimento politico cyberpunk che influenzano anche il cyberfemminismo.
I due movimenti hanno in comune in particolare il fatto di non essere movimenti politici ben organizzati e definiti che si basano su un sistema ideologico strutturato. Come il cyberfemminismo, anche il cyberpunk è un fenomeno che nasce e si sviluppa nella fase del tardo capitalismo occidentale e, di conseguenza, in un contesto postmoderno. Il sostrato culturale di tutte queste tendenze è il rifiuto di valori come progresso, civiltà, Occidente, ragione e dominio. Tutte queste correnti sono trasversali: si tratta di movimenti che procedono e si sviluppano mediante processi di contaminazione, travalicando i confini istituzionali fra discipline, tra teoria e pratica, tra dimensione politica e letteraria.

Particolare rilevanza credo che abbia la figura, tipicamente cyberpunk, dell’hacker, che, con le sue abilità e rifiutando la legge, salva gli spazi della rete dai monopoli e combatte per la libertà dell’informazione (contro il copy-right, per esempio). È importante far presente che il cyberfemminismo ha una concezione della tecnica piuttosto disincantata, ambivalente. Non si può dire che le nuove tecnologie, in questo immaginario, siano buone o cattive (così si applicherebbero dei valori che questi movimenti rifiutano) ma sicuramente non sono innocenti. L’hacker, che, per riprendere l’immagine da cui siamo partitu, mi piace rappresentare come una donna queer, rispecchia proprio questa ambivalenza. La figura dell’hacker che piega il codice secondo la propria volontà, quasi fosse un’estensione del suo stesso essere, sembra il perfetto esempio del cyborg, sempre in tensione tra corpo e macchina.

In conclusione

Illustrazione di @cyborg.asm

Scrivendo la tesi e trattando di cyberfemminismo mi sono resa conto che, benché sia un tema completamente ignorato dall’attivismo italiano, non è una teoria relegata alle quattro mura di un’università. Internet pullula di pagine e memes che trattano queste tematiche in modo ironico, contestualizzandosi perfettamente nel movimento cyborg. Il cyberfemminismo è una corrente che mi piace particolarmente perché se da una parte è innegabile la sua base intellettuale e accademica, dall’altra rappresenta anche un movimento capillare che, attraverso i mezzi dell’ironia, della scienza e della tecnologia, arriva davvero a tuttu, persino a quel borghesotto pentito del mio relatore.

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