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11 Dicembre 2019
Città Studi a Expo: una delle tante storie italiane

Città Studi a Expo: una delle tante storie italiane

Marzo 2008. Il Comune di Milano si aggiudica l’organizzazione di Expo 2015

E’ da qui che facciamo iniziare la nostra storia, piena di alti e bassi. Per arrivare a quello che interessa a noi però dobbiamo fare un salto, saltiamo la querelle tra le istituzioni che porta alla creazione della società AreaExpo Spa nel 2009, saltiamo i problemi organizzativi, i ritardi, i processi giudiziari e le polemiche sul numero di afflussi e passiamo direttamente al problema finale che si presentò nel novembre del 2015 quando l’asta per l’acquisizione dei terreni di AreaExpo andò drammaticamente a vuoto. Si apriva quindi per le istituzioni un grosso problema, cosa fare con quel milione di metri quadri comprato a due soldi (150 milioni) da Fondazione fiera Milano e dalla famiglia Cabassi?

Serpeggiò subito in Comune l’idea di spostare le facoltà scientifiche dell’Università degli studi di Milano, bisognose di manutenzione e in cattivo stato, dalla zona di Città Studi a quella di AreaExpo. L’idea, che venne presentata definitivamente nel 2017, era costruire un nuovo polo scientifico affiancando alle strutture dell’Università lo Human Technopole, un istituto di ricerca multidisciplinare, per instaurare una collaborazione intellettualmente stimolante. L’idea però creò problemi fin da subito, non piacque infatti né a molti studenti né ai residenti, e non senza ragioni.

Infatti alla motivazione della ristrettezza degli spazi nell’attuale sede e della cattiva condizione di essi si opponevano facilmente argomentazioni validissime: come coprire il costo dello spostamento? (500 milioni) Chi avrebbe comprato i 940 mila metri quadrati che sarebbero rimasti vuoti in Città Studi dopo il trasferimento? Quando sarebbero stati riconvertiti e in che cosa? Il quartiere sarebbe diventato un quartiere fantasma preda di delinquenti e prostitute con decine di edifici abbandonati? Come coprire i danni economici di bar, pizzerie, dormitori e biblioteche sviluppatisi intorno alla presenza della Statale e che dal suo spostamento avrebbero solo tratto danni?

Molte perplessità esistevano inoltre sul fronte dell’area lasciata libera da Expo, un’area non completamente bonificata, meno centrale di Città Studi e sicuramente meno collegata con il trasporto pubblico – vi arriva solo una metropolitana – un’area forse un po’ troppo inquinata (sorge tra due autostrade e alcune industrie chimiche) per pensare di spostarvi un polo universitario. Le perplessità portarono alla creazioni di gruppi contro lo spostamento, Salviamo Città Studi e Giù le mani da Città Studi, e alla mobilitazione di residenti e studenti che più volte cercarono di portare sia in comune sia al Senato Accademico le proprie istanze, paure e dubbi, rimanendo però inascoltati.

6 Marzo 2018. Il senato accademico votò favorevolmente allo spostamento

Contemporaneamente una piccolo ma rumorosa manifestazione studentesca cercava di proporre nuovamente le proprie perplessità bloccata dalla polizia alle porte di Festa del Perdono, la sede centrale dell’Università Statale, dove era in atto il voto.

Come in tutte le storie italiane il bandolo della matassa non esiste e il racconto è troppo complicato da sciogliere. In un disperato tentativo di oggettività ho cercato di abbandonare la mia scrivania e il prezioso internet e recuperare qualche opinione nel mondo reale. Nel 2016 alle scorse elezioni comunali il Movimento Cinque Stelle fu l’unica forza politica che inserì nel programma l’opposizione al trasferimento in AreaExpo, perciò in un caldo, anzi caldissimo pomeriggio di metà giugno sono andata in Duomo dove la consigliera Patrizia Bedori è stata così gentile da concedermi qualche minuto e la sua opinione in merito.

Quello che mi ha colpita delle sue risposte è sicuramente il dispiacere con cui mi ha raccontato la vocazione prettamente universitaria di Città Studi e del possibile sfibramento di questa natura bellissima nel caso di uno spostamento. Si è parlato anche di soldi, del fatto che gli stessi soldi che verranno spesi avrebbero potuto essere impiegati per una ristrutturazione e dei dubbi sulla capacità dell’Università di sobbarcarsi le spese del trasferimento. Cosa accadrà al quartiere Città Studi nemmeno lei sa dirlo con certezza.

Ci sono molte e varie idee su come utilizzare, in caso di spostamento, il quartiere.

Patrizia Bedori

Insomma il clima è molto teso e molto confuso.

Mi sarebbe piaciuto intervistare l’altra faccia della medaglia, chi è a favore. Nell’affannosa ricerca dell’oggettività mi sono infatti scontrata con un enorme problema, internet è ridondante di articoli, video, foto che non presentano nessun elemento positivo per questo spostamento. Le uniche evidenze a favore sarebbero il cattivo stato degli edifici già esistenti e la possibilità di creare una sinergia positiva con il centro di ricerca Human Technopole – che però come ha sottolineato la consigliera Bedori avrebbe potuto essere già stata fatta con il Politecnico all’interno di Città Studi. Mi chiedo quindi se le istituzioni abbiano degli assi nella manica misteriosi ancora taciuti oppure se questa sia davvero, come appare, una scelta sconsiderata dettata dalla necessità di coprire il buco economico e geografico lasciato da Expo. Ho cercato di contattare l’Assessore all’Urbanistica, Verde e Cultura Pierfrancesco Maran ma non si è rivelato possibile. Ho pensato di scrivere all’ex rettore dell’Università Gianluca Vago oppure direttamente chiedere un colloquio con l’attuale rettore Elio Franzini, la cui posizione è peraltro ambigua, così finalmente potranno risolvere questa affascinante storia italiana.

Dalia El Ariny 

FONTI:
https://www.arcipelagomilano.org/archives/51969 https://salviamocittastudi.files.wordpress.com/2017/04/dossier-cittacc80-studi-sis-e-rec-milano.pdf
https://portalevideo.unimi.it
http://www.radiondadurto.org/2017/04/07/milano-il-senato-accademico-vota-il-progetto-di-spostamento/ 


CHI È “CASSANDRA”?

Mi hanno sempre detto che appartengo ad un’altra epoca, che fin da piccola nascondevo la consapevolezza di un’adulta.
Ero attratta da storie antiche, da luoghi misteriosi e da uomini fumosi (sognavo di essere l’amante di Baudelaire e di scappare con Hemingway). Cassandra è nata dalla mia ossessione per il passato, sull’impronta di un giornale d’avanguardia novecentesco. Il problema è che non è il 1900 e Cassandra non è un giornale. Non è un giornale per due motivi, il primo strettamente pratico e cioè che nessuno dei suoi “giornalisti” è iscritto all’ordine e il secondo filosofico: non facciamo giornalismo perché in Italia il giornalismo è un’illusione, nessuno è più in grado di essere imparziale, non asservito al potere. Ma, fortunatamente noi non siamo giornalisti, nessuno ci finanzia, nessuno ci possiede e quindi possiamo permetterci di non mentire. Non essere nel 1900 invece è una condanna. La fine del ‘900 infatti ha sancito un dramma, le vecchie ideologie sono morte e con loro lo spirito rivoluzionario dell’uomo. 
La verità è che gli uomini occidentali hanno venduto la propria libertà al miglior offerente in cambio di tranquillità e sicurezza. 
Mentre scrivo mi tormenta un dubbio, e se fossi troppo giovane per capire che non ha senso battersi per la verità, per la libertà, che conviene solo godersi beatamente l’ignoranza? Probabilmente è così, ma infondo io ho vent’anni adesso e dovrei accontentarmi di quello che mi viene raccontato? dovrei già svendere la mia libertà, barattare la mia consapevolezza? per quello avrò tempo, ma adesso non posso farlo e questo proprio perché ho vent’anni e un bagaglio pieno di sogni. 
Il ‘900 quindi sarà anche finito ma non per noi, in questo luogo i vecchi ideali non sono morti, qui non c’è spazio per la propaganda, per l’incompetenza o il sensazionalismo, qui c’è solo la verità nuda e libera che vi prega di essere ascoltata.


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Dalia El Ariny
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Dalia El Ariny

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