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20 Giugno 2021
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Catcalls of Milan

Catcalls of Milan

Dai fischi, ai “Ciao, bella!” ai veri e propri insulti, le molestie verbali in strada costituiscono un fenomeno sistematico.
Catcalls of Milan è un progetto femminista intersezionale milanese nato per rispondere a questo problema. Si contestualizza all’interno di Chalk Back, un movimento internazionale che coinvolge più di 150 città in 49 Paesi e che si propone di aprire il dialogo in merito alle molestie di strada e al catcalling. Ma cosa si intende per Catcalling? Lo spiega Valentina Fattore, co-owner di Catcalls of Milan.

«Sono degli “apprezzamenti”» spiega, «che molte donne, e sempre più uomini, spesso ricevono per strada e che da parte del molestatore vengono scambiati per complimenti, quando in realtà sono vere e proprie molestie. Va poi detto che la parola “catcalling” deriva da quei versi che si fanno di solito per chiamare i gatti per farli avvicinare, è un verso che per strada viene spesso usato con le vittime, come fossero animali, ed è vissuto come molestia».

Le azioni di Catcalls of Milan, e in generale di tutto il movimento Chalk Back, consistono nello scrivere sui marciapiedi, con dei gessetti, le molestie di chiunque voglia condividere la propria esperienza. Attraverso questa riappropriazione degli spazi pubblici, giovanissimu attivistu provenienti da tutto il mondo lottano per porre fine alle molestie verbali.

Scrivendo coi gessetti le molestie subite in strada ritenete di farvi in qualche modo portavoce di chi le subisce?

«Sì, è come se dessi forza alla persona che è riuscita a scrivere a degli sconosciuti di un’esperienza traumatica che ha vissuto e ritengo di poter darle voce, in senso positivo. Denuncio quello che la vittima ha subito, facendo capire che il catcalling è assolutamente una molestia e non un complimento. Scrivere con i gessetti mi fa sentire molto vicina alle vittime, le includo nel mio lavoro, leggo le frasi che ci vengono inviate, so a chi è stato urlato cosa e mi sento vicina alla persona molestata. Poi quando siamo in tanti a fare le scritte mi sento forte, compresa, unita alle altre ragazze che stanno collaborando con me».

Qual è la correlazione tra catcalling e sessismo?

«Per la mia tesi di laurea ho letto “Il comune senso del pudore” di Marta Boneschi. Mi sono ritrovata a leggere più volte che il pudore, per come era inteso cinquanta o sessant’anni fa, veniva sempre riferito al sesso femminile. Era proprio il senso del pudore che doveva portare la donna a evitare abiti provocanti e addirittura, in certi casi, anche uscire di casa: rimanendo a casa, protetta, come fosse un oggetto, la donna avrebbe evitato qualsiasi tipo di molestia. Sicuramente oggi noi donne abbiamo più diritti ed emancipazione ma fintanto che machismo tossico e misoginia sono presenti, non possiamo considerarci alla fine della lotta. Insomma, secondo me, catcalling e sessismo possono andare a braccetto… ma non del tutto: ci sono molti uomini che ricevono molestie soprattutto da parte di altri uomini, quindi non si parla solamente di diversità di genere».

Mi chiedo se tuttavia non sia sessista anche il catcalling tra due uomini. Chi fa catcalling oggettivizza l’altra persona, si tratta di una prevaricazione così interiorizzata che si reitera con altru. Che questo altru sia un uomo non cambia il fatto che questo senso di entitlement sia tipicamente maschilista. Se anche ci fosse una donna a fare catcalling si parlerebbe di sessismo fintanto che avviene l’interiorizzazione di un comportamento oppressivo tipicamente, ma non necessariamente, maschile: una donna che urlasse “Hey, bel culetto” a una persona di qualsiasi genere non è diversa da un uomo che fa la stessa cosa perché il meccanismo di prevaricazione e oggettificazione è lo stesso.

Il problema è che non è tanto l’uomo ad essere maschilista, ma le categorie sociali che vengono fatte su misura per l’uomo bianco, abile, etero, cisgender, che rappresenta il massimo del privilegio. In questo senso la misoginia, il senso di prevaricazione e l’oggettificazione vengono condonati dalle istituzioni: l’uomo che usa queste modalità per approcciarsi al mondo inevitabilmente finisce per fomentarle, come gettare benzina sul fuoco. In questo circolo vizioso le donne e le minoranze vengono discriminate. Il femminismo intersezionale è quel femminismo che si premura di sensibilizzare il pubblico a questa dinamica, denunciandola, e offrendo prospettive alternative rispetto a quelle vigenti. In merito alle molestie verbali, per esempio, quello che è necessario fare è cercare di far leva sull’empatia di chi fa catcalling.

Quindi, voi di Catcalls of Milan, come spieghereste a chi fa catcalling come ci si sente a subirlo?

«Purtroppo secondo me con l’empatia ci si nasce, è un dono innato che si può educare e sviluppare ma chi ci nasce è sicuramente avvantaggiato. Direi che se mi trovassi davanti a uno dei tanti uomini che mi ha molestato verbalmente in passato, gli direi che il catcalling non è assolutamente un complimento e che non può permettersi di mancarmi di rispetto: io sono libera di vestirmi come voglio, andare in giro alle quattro di notte dove e come voglio e soprattutto nessuno gli ha mai chiesto un commento sulla mia persona. Se volesse approcciarmi esisterebbero decisamente dei modi migliori di una molestia, basterebbe tatto, gentilezza e rispetto della mia reazione. Un approccio in un bar, fatto in questo modo non lo percepirei come molestia anche se non ho esplicitamente richiesto il complimento. In ultima analisi è tutto questione di percezione e consenso.

Tra l’altro è interessante notare che esistono purtroppo delle persone che vivono il catcalling non come molestia ma come complimento. Credo che in quel caso si vada a parlare di persone che sono insicure di se stesse e che credono di dover avere l’approvazione di qualcun altro per sentirsi belle, giovani, sexy, e apprezzate quando in realtà hanno valore a prescindere dagli apprezzamenti altrui. In realtà credo che a prescindere ci sia un meccanismo di fondo sbagliato, un’interiorizzazione della dinamica di sopruso, perché a prescindere dall’avere un’autostima alta o bassa, il catcalling è una molestia. Per esempio io ho un’autostima altissima a volte e altri giorni mi guardo allo specchio e vorrei piangere per quanto mi faccio schifo, come penso tutte le persone al mondo, ma indubbiamente anche nei giorni in cui mi sento brutta, se mi molesta qualcuno non lo percepisco come complimento. Il riconoscimento della dinamica sessista è alla base di tutto. L’essere molestate per strada ci fa sentire carne da macello, siamo nel 2020 e questa cosa deve finire. Mi rivolgo direttamente al molestatore di turno: un sacco di altre persone sono state capaci di relazionarsi agli altri in modo umano, quindi tu, molestatore, sii maturo e cerca di capire che non è una cosa da fare».

Trovo interessante il discorso sull’autostima: la donna esiste in una società così focalizzata sull’apparenza fisica che il suo valore di persona è misurato in base a quanto si conforma agli standard di bellezza più in voga. Più una donna, rigorosamente cisgender, giovane e abile, ha seni e fianchi prosperosi e vita stretta più ha valore nella società attuale.

In merito a ciò si pensa che a subire catcalling siano solo donne conformi a ciò che la società ritiene attraente. È vero?

«Assolutamente no. Non è questione di bellezza oggettiva della vittima né di età, né di genere. Tantissime ragazzine e addirittura bambine ricevono molestie e non possiamo ancora definirle donne. Una bambina di dieci o undici anni spesso nemmeno è sviluppata, eppure subisce catcalling. Ci sono poi anche vittime anziane. A noi scrivono molte più persone in età adolescenziale, ma qualche mese fa abbiamo ricevuto la testimonianza di una persona di cinquantotto anni. Questo fa capire che non è assolutamente una questione di età. Allo stesso modo non è nemmeno una questione di genere: ci sono anche uomini e persone trans che ci inviano testimonianze. Andando a vedere Catcalls of New York, da cui il progetto è iniziato, subito si nota quanto sia diffuso il catcalling non solo tra donne cisgender, ma anche tra chi fa parte della comunità LGBT».

Appunto perché ci sono così tanti tipi di persona che subiscono catcalling mi viene da dire che, in ultima analisi, si possa parlare di catcalling in termini di prevaricazione: chi molesta per strada ci tiene a ridurre l’altru a niente più che un oggetto.

Se potessi rivolgerti all’uomo che legge questa intervista, cosa gli diresti?

«Tu uomo, fatti un esame di coscienza e sii sincero con te stesso: hai mai molestato qualcuno per strada? Se sì, perché? Cosa volevi dimostrare? Molestare ti ha mai portato qualcosa di positivo? Volevi essere il macho della situazione? Sicuramente è interessante notare che spesso questi uomini sono vittima di una cultura machista che gli insegna a rinnegare qualsiasi parte empatica ed emotiva e a imporsi sull’altra persona, perché è questo che determina la virilità di un uomo. Quindi alle persone di sesso maschile che leggono questa intervista, per chi almeno una volta nella vita ha molestato qualcuno per strada, direi di smetterla di dar retta alla cultura machista: la donna non è un oggetto, stai molestando, non hai idea dell’immenso disagio che crei».

Concluderei parlando della vostra attività, in senso più pratico.

Come ha influito la pandemia sulle vostre azioni?

«Diciamo che ci ha un po’ bloccate. Prima della pandemia avevamo intenzione di fare degli eventi in piazza verso marzo o aprile. Con il lock down non è stato più possibile ovviamente, proprio a livello legale. La nostra attività è quindi continuata solo online con post, questionari e ovviamente rendendoci disponibili a parlare, via chat, con le vittime che ci scrivevano. Alcune pagine di altre città avevano deciso di prendere le foto dei luoghi in cui avveniva la molestia e scrivere con dei programmi le frasi che venivano inviate. Personalmente non ho voluto farlo perché non avremmo dato abbastanza visibilità alla molestia in sé, nel senso che chi finalmente riesce ad aprirsi abbastanza da raccontare la propria esperienza merita di vedere la denuncia apparire sul marciapiede, con tutta la visibilità e l’empowerment che la cosa comporta».

Quali sono i prossimi passi? Che progetti avete in mente?

«Personalmente vorrei tornare a scrivere in prima persona le frasi che ci vengono inviate, ma finché non mi laureo non potrò farlo. Come ti dicevo poi vorremmo fare degli eventi in piazza, come è successo a Londra o New York. Basta richiedere i permessi in comune e ci si ritrova in piazza con i propri gessetti e ognuno scrive una frase per terra. Così le vittime si sentono meno sole, più comprese e si denuncia il catcalling come fenomeno diffuso e traumatico per chi lo riceve».

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