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11 Dicembre 2019
Trecento anarchici e lo scacco alla movida

Trecento anarchici e lo scacco alla movida

Signora, la prego, non filmi con il cellulare, lo dico per lei!”. La signora – la classica casalinga di Voghera che fa la cosa sbagliata nel momento sbagliato – mi guarda stranita e mi chiede il motivo. “Perché sono anarchici, si fidi, metta via”. Ieri, 25 settembre, quasi 300 neri (dal colore della loro bandiera, ma per la verità c’era anche qualche rosso comunista) si sono dati appuntamento in Darsena per un corteo a sostegno del loro Vince.

Vincenzo Vecchi, 46 anni, milanese di Mornico (Bergamo), ma milanese d’adozione, oggi è in arresto in Francia dopo 7 anni di latitanza. Secondo la Corte di Cassazione avrebbe dovuto scontare 11 anni e 6 mesi di carcere per aver messo a ferro e fuoco nel 2001 Genova durante i dannati giorni del famoso G8. Lui, come ovvio, la pensava diversamente.

La manifestazione di ieri – iniziata con la realizzazione di un graffito in suo onore proprio sul famoso muro riverniciato di fresco dal Comune di Milano – ha letteralmente tenuto in scacco la zona dei navigli e poi quella intorno al Carcere di San Vittore, obiettivo dichiarato degli anarchici che dal primo passo hanno individuato la casa circondariale quale punto di arrivo “in sostegno di tutti i prigionieri e le prigioniere, compreso Vincenzo”.

Il murales in onore di Vincenzo Vecchi

Sul tracciato qualche momento di tensione, anche se di fatto poteva andare decisamente peggio. Gli attacchi sono stati quasi tutti a suon di vernice: qualche muro, qualche bancomat, un paio di vetrine della concessionaria di auto di lusso di via De Amicis. Ad averne la peggio solo una filiale Unicredit che si è presa qualche picchettata anche se i cristalli blindati hanno decisamente fatto il loro lavoro.

Davanti a San Vittore un ingente plotone di Polizia ha chiuso poi il passo ai 300 che, dopo l’esplosione di spettacolari fuochi artificiali (usati spesso dagli anarchici e dagli autonomi per saltare idealmente le alte mura delle carceri e così consegnare un simbolico messaggio  di solidarietà ai reclusi) sono ripiegati disperdendosi, concludendo di fatto il corteo.

Ora, finita la cronaca spiccia torniamo alle domande della nostra pietrificata casalinga di Voghera con la quale abbiamo aperto il racconto dei fatti. “Perché la Polizia non li blocca?”. La domanda ha senso e la scelta della Digos e dei reparti mobili ancora di più: caricare o bloccare 300 persone vuol dire disperderle e moltiplicare, almeno per il doppio, il loro possibile potenziale offensivo, con poi l’impossibilità di una rincorsa operativa via per via (comunque l’opzione manganello è circolata per qualche minuto prima che il tutto rientrasse).

Rispondiamo anche alla nostra casalinga sul perché non fosse cosa sana riprendere con il proprio cellulare il corteo. Perché il corteo era prettamente composto da anarchici che, tra le varie opzioni tattiche di lotta politica, non disdegnano l’impiego di soluzioni che confliggono apertamente con il codice penale. Riprenderli significa fornire possibili prove agli inquirenti. Una cosa che ovviamente non tollerano e potrebbe causare una loro reazione violenta.

Ma allora sono black bloc?”. No, sono perlopiù anarchici che usano, tra le varie tecniche offensive/difensive anche quella cosiddetta del “blocco nero”. I black bloc in sé – storpiatura inventata da noi giornalisti – non esistono, tanto quanto in una partita di calcio non esistono giocatori chiamati 4-4-2 o catenaccio, ma esistono terzini, portieri e attaccanti che applicano tali tattiche. 

La signora, apparentemente confortata dalla spiegazione, mette via il cellulare nella borsetta. “Comunque grazie che mi ha avvisato!”. La salutiamo nel mentre il corteo avanza e per noi è tempo di correre in avanti.

Ah, dimenticavo signora… non amano manco i giornalisti per questo!”. Le sorrido, la saluto cordialmente e affretto il passo in una Milano attonita, tenuta in scacco da 300 neri (e qualche rosso).

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