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20 Ottobre 2020
L’omicidio di Caivano tra linguaggio transfobico e Legge Zan

L’omicidio di Caivano tra linguaggio transfobico e Legge Zan

Di recente si è molto parlato dell’omidicio di Maria Paola, morta dopo che il motorino su cui viaggiava con il fidanzato Ciro Migliore è stato speronato dal fratello Michele Gaglione, il quale non accettava la relazione tra i due. Michele Gaglione voleva “dare una lezione” alla sorella, “infettata” dal fidanzato transessuale.

Questa tragica vicenda ha fatto scalpore per due ragioni principali: in primo luogo si contestualizza come tragico esempio di un crimine omobitransfobico ed è rilevante rispetto al dibattito sul disegno di Legge Zan, la così detta Legge contro la omotransfobia. Inoltre l’episodio ha suscitato molta indignazione per come è stato trattato da diverse ed importanti testate giornalistiche che hanno pubblicato articoli farciti di espressioni transfobiche.

L’omicidio di Caivano e la legge Zan

Il movente, ovvero la transessualità di Ciro Migliore che, secondo Michele Gaglione, avrebbe infettato la sorella, fa contestualizzare il reato commesso come crimine d’odio. L’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e e la Cooperazione in Europa) definisce i crimini d’odio come “crimini commessi nei confronti di determinati soggetti a cagione della loro appartenenza ad un particolare gruppo sociale, identificato in base alla razza, all’etnia, alla religione, all’orientamento sessuale, all’identità di genere”.

In Italia, i crimini d’odio sono disciplinati prevalentemente dalla Legge Mancino, che presenta alcune problematiche: entrata in vigore negli anni ’90 per limitare principalmente la violenza delle associazioni neofasciste, punisce di fatto solo chi “incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.” escludendo così di fatto le motivazioni omobitransfobiche.

Il disegno di Legge Zan, arrivato a Montecitorio il 3 agosto, mirerebbe proprio alla modifica di questa e altre leggi (604 bis e ter, codice 90 quater, decreto legislativo 9 luglio 2003 numero 215) affinché i crimini con movente omobitransfobico abbiano la rilevanza che meritano.

Cos’è l’omobitransfobia

Con omobitransfobia si intende un insieme di linguaggio, azioni, istituzioni e valori intrinsecamente discriminatiorio nei confronti della comunità LGBTQIA+.

Le discriminazioni sono dovute non solo all’orientamento sessuale, ma anche all’identità di genere e all’espressione di genere. Con questi termini si va rispettivamente ad indicare: l’attrazione sessuale (essere omosessuale, bisessuale, pansessuale, asessuale in tutte le varie sfumature), il vissuto interiore del sentirsi appartenenti a un genere, a entrambi i generi o a nessun genere e infine il modo in cui si decide di presentare l’aspetto fisico (a prescindere dall’identità di genere possiamo scegliere di avere un aspetto più femminile, maschile o androgino).

Hate crimes no more, un recente progetto realizzato dal Centro Risorse LGBTI con il supporto del Comune di Bologna nell’ambito del programma Creating Opportunities di Ilga Europe, ha mostrato dati allarmanti: su un campione di 672 persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+, la maggioranza testimonia di aver subito ingiurie o di essere stata insultata; 162 partecipanti dichiarano di essere stati minacciati, 82 di aver subito violenza fisica. La molestia riguarda invece quasi il 13% dei partecipanti, a cui si aggiungono 5 casi di stupro e 14 casi di altre aggressioni sessuali. Ancora: 70 delle persone partecipanti dichiarano di essere state seguite, 16 di essere state costrette a detenzione, 33 di aver subito la distruzione o il danneggiamento di proprietà personali.

Insomma, se si parla di discriminazione della comunità LGBTQIA+ si deve considerare un’oppressione sistematica e istituzionalizzata che avviene in modo indiscriminato nelle scuole, a lavoro, nella vita privata.

A questo proposito una legge contro l’omobitransfobia è abbastanza? Punire chi commette questi reati è un passo avanti, ma istituire una pena non cambia il fatto che la società sia intrinsecamente omobitransfobica. Il Michele Gaglione di turno sarà forse dissuaso dal commettere un’aggressione ma la società rimane un ambiente ostile e saturo di discriminazione per tutte le identità non normate.

Un esempio di questa discriminazione pervasiva, sottile e indiscriminata è stato offerto da come alcune grandi testate giornalistiche hanno trattato l’omicidio di Maria Paola Gaglione.

Giornalismo e inclusività

Quando si parla di inclusività, il giornalismo italiano rappresenta un problema non indifferente.

Questo articolo vuole essere in parte una risposta a quelli pubblicati sul Corriere della Sera di Fulvio Bufi dal titolo Caivano, Maria Paola è morta per «un incidente fortuito, volevo solo farla ragionare»: la difesa di Michele Gaglione all’udienza preliminare(14 settembre 2020) e a quello di Elena Tebano: Maria Paola, Ciro e la «relazione lgbt»: una precisazione sul linguaggio del caso Caivano (16 settembre 2020).

Perchè proprio questo articolo?

Molti giornali hanno riportato il tragico evento utilizzando un linguaggio altrettanto transfobico. Il Mattino e l’Ansa sono caduti nello stesso errore, utilizzando pronomi femminili per riferirsi a Ciro.

Quanto pubblicato dal Corriere però merita una riflessione a sè stante. Non solo la prima versione dell’articolo, pubblicata il 14 settembre 2020, utilizza i pronomi sbagliati e parla di “relazione LGBT”, ma è stato seguito da una giustificazione del linguaggio utilizzato; insomma, oltre il danno, la beffa.

Ora, che Arcilesbica, famoso gruppo di femministe radicali dalla posizione transfobica, si riferisca a Ciro come “Cira” è estremamente problematico e merita indubbiamente una riflessione, riflessione però che non può risolversi in questo episodio specifico considerando che tutta l’attività di Arcilesbica è esplicitamente transescludente.

La scelta dunque di chiamare in causa principalmente il Corriere deriva dal fatto che un quotidiano nazionale, letto da un vastissimo pubblico, abbia così poca conoscenza della terminologia e, più in generale, della comunità LGBTQIA+. Per di più il Corriere è il primo quotidiano italiano per diffusione e lettorato e, in questo senso, ha una responsabilità non indifferente nella trattazione di fatti di cronaca. È fondamentale che i media siano consapevoli delle comunità minoritarie per fornire informazioni il più accurate possibili. Il tentativo di giustificare gli errori commessi nel trattare la vicenda risulta ridicolo perché fomenta proprio l’eterocisnormatività di cui il primo articolo era accusato.

Qual è il problema?

Il primo problema è il linguaggio utilizzato. Il Corriere, così come altre testate giornalistiche, ha usato, per indicare la relazione tra Maria Paola Gaglione e Ciro Migliore “relazione LGBT”. Elena Tebano giustifica questa scelta dicendo:

L’obiezione di molte persone transgender è che il termine corretto sarebbe stato «relazione eterosessuale», perché Maria Paola era una donna e Ciro un uomo. Ma nel linguaggio comune eterosessuale indica una diversità di sesso, non di genere, e quindi non avrebbe permesso di capire un elemento significativo in questa storia tragica (un uomo transgender è una persona di sesso – inteso come il dato biologico – femminile, ma di genere maschile). È un’espressione perfetta?” No, ma era la migliore possibile in questo contesto. E quando per ragioni di spazio potevamo abbiamo scritto «relazione con un ragazzo trans».

La Tebano lamenta che usare il termine “eterosessuale” non avrebbe fatto intendere il tipo di relazione che intercorreva tra Ciro e Maria Paola. Il problema non è quale etichetta viene appiccicata alla relazione, ma il fatto che l’etichetta sussista: dover usare eterosessuale, gay, LGBT come attributi della relazione non fa altro che fomentare lo stigma, con una sorta di ghettizzazione linguistica per cui una relazione tra un uomo transessuale e una donna cisgender è diversa da quella tra due persone cisgender. La transessualità di Ciro è rilevante ai fini dell’articolo, perché si parla di un omicidio con movente transfobico, ma questo modo di appiccicare etichette superflue alla relazione è incredibilmente cisnormato proprio perché presuppone che il rapporto tra due persone eterosessuali e cisgender sia diverso da quello tra due persone che non rientrano in questo canone.

Questo ci porta al secondo problema: l’assunzione acritica dell’eterocisnormatività. Scrive la Tebano:

Ciro all’anagrafe è ancora registrato con il sesso femminile, chi ha raccolto la notizia, se non ha parlato con lui (che in quel momento era in ospedale) non sapeva che l’identità di Ciro, a differenza dei suoi documenti, è maschile. Sul sito del Corriere appena l’abbiamo saputo l’abbiamo cambiato. E abbiamo corretto il termine «relazione lesbica» in «relazione lgbt».

Nessuno poteva sapere l’identità di genere di Ciro Migliore, nessuno però si è minimamente posto il problema. Questo dimostra che, nel giornalismo italiano (salvo rare eccezioni), la comunità LGBTQIA+ e lo stigma che deve affrontare, non sono minimamente considerati e le grandi testate rimangono indisturbate nella loro bolla di eteromonocisnormatività.

Con questo termine intendo l’assunzione che la persona cisgender, eterosessuale e monogama sia la norma: non c’è conoscenza del mondo al di fuori di questi tre termini, non c’è rispetto per gli individui che escono da queste categorie e non c’è sensibilità nell’approccio alle realtà che trascendono ciò che è normato.

Un altro esempio di scelte linguistiche problematiche

Questo scivolone del Corriere non è un caso isolato. Sono innumerevoli gli articoli che, con determinate scelte di linguaggio, mandano un messaggio omobitransfobico o sessista. Un esempio è come Repubblica e il Giornale hanno deciso di trattare il caso dell’omocidio di Elisa Pomarelli.

Il Giornale intitola l’articolo “Il gigante buono e quell’amore non corrisposto”, la Repubblica “Un’ossessione per Elisa, Sebastiani confessa l’omicidio e piange”. Innanzitutto la scelta di insistere con così tanta veemenza sul pianto, l’amore non corrisposto e sul pentimento crea una sorta di connessione empatica con l’assassino, in secondo luogo parlare di ossessione e iniziare l’articolo con: “L’ho uccisa, ho fatto una stupidaggine” lo deresponsabilizza e infine definirlo “gigante buono” dà il colpo di grazia.

In tutto questo, l’evento, ovvero l’omicidio di una donna lesbica, con l’immensa gravità e sofferenza che si porta dietro, passa in secondo piano.

Qual è la soluzione?

Nel Manifesto di Venezia, documento del 2017 redatto dalla Commissione Pari Opportunità, USIGRAI e GiULia giornaliste, finalizzato al rispetto e alla parità di genere nell’informazione “contro ogni forma di violenza e discriminazione attraverso parole e immagini”, si asserisce che un impegno del giornalista deve essere eliminare ogni radice culturale fonte di disparità, stereotipi e pregiudizi.

Il manifesto propone poi una serie di propositi, rilevanti sono i punti 1 e 7:

1. inserire nella formazione deontologica obbligatoria quella sul linguaggio appropriato anche nei casi di violenza sulle donne e i minori.

7. illuminare tutti i casi di violenza, anche i più trascurati come quelli nei confronti di prostitute e transessuali, utilizzando il corretto linguaggio di genere.

Qual è dunque la soluzione a questa tendenza eterociscentrica? Nessuna, se non che i giornalisti inizino a fare il proprio lavoro. È fondamentale che unu giornalista usi il linguaggio più appropriato e corretto nella considerazione delle minoranze, per educare il pubblico alla comprensione del panorama complesso e variegato che si apre fuori dalla bolla dell’eteromonocisnormatività.

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