L’aborto farmacologico in Day Hospital: divario in giunta regionale

Dopo la recente vicenda di aborto e denuncia per occultamento di cadavere nei confronti di una ragazza di 21 anni nel milanese, la Regione Lombardia ha aperto un tavolo tecnico sull’introduzione del Day Hospital (il ricovero in massimo una giornata) per le donne che scelgono volontariamente di interrompere la gravidanza con la pillola abortiva.

La famosa pillola a base di Mifepristone (denominata in seguito RU486 grazie all’azienda produttrice Roussel Uclaf) in abbinamento con la Prostagladine ha fatto discutere il Pirellone circa i tempi di ricovero previsti per questo genere di aborto.

I giorni di degenza previsti per l’aborto farmacologico sono attualmente tre in Lombardia, cui seguono sette o nove giorni per accertare che l’interruzione della gravidanza sia stata completata e andata a buon fine.

L’interruzione volontaria di gravidanza in Italia

Il ricovero  in Italia, rispetto ad altri paesi europei, è considerato un processo maggiormente travagliato ma comunque fondamentale per la salute fisica e mentale della donna che decide di avvalersi della pratica ambulatoriale. Insieme alla Francia, dove l’aborto farmacologico è ormai una pratica abituale, anche alcune regioni italiane adottano il Day Hospital, come Emilia Romagna, Lazio e Toscana.

Grafico realizzato dalla redazione di Milano AllNews
Fonte: Ministero della Salute, 2016

Sulle nostre politiche sanitarie pende comunque un’enorme spada di Damocle: le radici dell’aborto farmacologico hanno fatto sorgere opinioni ideologiche e politiche tali da rendere il percorso dell’interruzione volontaria della gravidanza gravoso per le donne. La paura di banalizzare una scelta così importante per una donna e la semplificazione della stessa pratica hanno manifestato diverse opinioni significative: tra queste emerge l’opposta dichiarazione di Emanuele Monti, (Lega) che spiega con un post su Facebook come tale argomento sollevi questioni etiche concernenti il valore della vita. Di base, persiste il timore che l’interruzione di gravidanza possa diventare una pratica quotidiana, quasi da mettere a repentaglio la sicurezza della donna in caso dell’insorgere di complicazioni.

L’aborto chimico comunque si è dimostrato il procedimento più utilizzato e richiesto dalle donne italiane, in quanto meno invasivo rispetto all’aborto chirurgico che per la maggior parte dei casi prevede infatti la metodica Karman o il raschiamento dell’utero.

Tuttavia, secondo le statistiche del Ministero della salute sull’attuazione della legge 194 gli aborti sarebbero diminuiti del 3,1% rispetto al 2015. Questo grazie alle maggiori forme di contraccettivi adottate nel corso degli anni, ma anche alla continua crescita dei medici obiettori di coscienza in Italia che attualmente si aggira attorno al 70% (2016).

Immagine soggetta a copyright www.salute.gov.it

I dati della Lombardia

In Lombardia solamente gli ospedali di Lodi e di Mantova, dove l’incidenza di aborti con la RU486 sono rispettivamente del 80% e 60%, vengono praticati in Day Hospital. Nel merito di fatto Paola Bocci (PD) ha annunciato su Facebook come l’inchiesta presentata in Regione Lombardia abbia evidenziato il basso utilizzo della pillola abortiva, con più del 52% delle strutture lombarde che non la utilizzano. Dal post emerge inoltre il tempo di attesa tra la certificazione e l’effettiva esecuzione dell’aborto, che secondo la stessa Bocci sarebbe troppo dilatato, portando di fatto la Lombardia al sedicesimo posto in Italia.

Nella nostra regione sarà dunque istituito un gruppo di esperti ginecologi e ostetrici per approfondire al meglio le giuste leve d’azione per l’assunzione della RU486: a prendersi questo impegno è stato l’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera, che prevede di procedere entro novembre così da poter inserire la revisione nella delibera delle regole di dicembre.

La sostituzione obbligatoria dell’ospedalizzazione in tutta Italia porta a una naturale riduzione delle spese sanitarie, portando in aggiunta un risparmio di €13mld, utili per finanziare tutto l’aspetto essenziale e vitale dei consultori. Quest’ultimi sul territorio italiano sono previsti ogni 20mila persone, però in Lombardia la realtà è amaramente diversa e vengono istituiti ogni 60mila persone.

Nonostante i 40 anni della legge 194, l’aborto è considerato ancora un tabù. Tra le considerazioni meramente etiche di tale pratica fino alla piena manifestazione della libera scelta della donna, l’interruzione consapevole della gravidanza sarà sempre contesa tra l’astratto confine giuridico, etico e sociale. Quello che rimane chiaro è che gli aborti farmacologici e chimici non devono essere intesi come mezzi per il controllo delle nascite. E’ dunque sempre compito dello Stato, delle regioni e degli enti locali promuovere e sviluppare i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.


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Classe ‘97, appassionata dei fiori e del buon cibo. Con radici filippine, insediate sul suolo meneghino sin dalla nascita, si innamora a tal punto della politica italiana che ne studia persino le pieghe più profonde all’Università di Pavia. L’audacia governa il suo animo, divoratrice di libri, connaisseur di tè e buona musica.

karol.gapit@gmail.com

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