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26 Agosto 2019
La firma del mese. Il business della musica a Milano

La firma del mese. Il business della musica a Milano

A Milano la musica è un business come gli altri. Prova ne è la presenza secolare di case discografiche, edizioni musicali e agenzie di spettacolo. Milano insomma è la città del dietro le quinte, la casa di tutti quelli che trasformano il talento in vendite.

Già nel 1808 apre Ricordi la prima grande casa editrice musicale.

Ricordi acquisisce l’archivio della Scala e pubblica gli spartiti delle opere e dei balletti più famosi in migliaia di copie.

Ricordi crea sia le edizioni complete per professionisti sia quelle semplificate per gli strimpellatori di pianoforte casalinghi. Investe tutti i guadagni nella promozione di giovani operisti.

Fin dal 1839 Ricordi pubblica i lavori di un ragazzo bocciato qualche anno prima al Conservatorio di Milano. Il suo nome? Giuseppe Verdi, che diventa presto una star con il Nabucco.

La statua di Giulio Ricordi davanti a La Scala di Milano

Con gli anni si sviluppano le tecniche di incisione discografica e insieme agli spartiti si vendono dischi. Le edizioni musicali si evolvono in moderne case discografiche; all’opera lirica si affiancano generi più leggeri come il pop e l’operetta.

Proprio a Milano l’operetta La vedova allegra è un trionfo grazie all’intuito dell’agenzia di spettacolo Suvini Zerboni. Suvini Zerboni poi diventa casa editrice e viene acquistata da Sugar, un nome che tornerà più avanti in questo racconto.

Alla musica popolare si dedicano le Edizioni Curci. Hanno sotto contratto la coppia formata dal musicista Giovanni D’Anzi e dal paroliere Alfredo Bracchi. I due scrivono più di 200 pezzi tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta in italiano e in dialetto milanese.

Ma il successo più grande Giovanni D’Anzi lo scrive da solo, senza il suo sodale: è O mia bela Madunina il vero inno “non ufficiale” di Milano.

Giovanni D’Anzi

Poi arrivano la Seconda Guerra Mondiale.
Il Teatro alla Scala viene bombardato.

Il trauma è immenso, ma la musica si ferma solo per poco.

Già nel 1946 Toscanini riprende a dirigere nella Scala ricostruita.
Anche la musica pop si riprende in fretta.

Già nel 1948 Teddy Reno, erede Ricordi e cantante, fonda la CGD: Compagnia Generale del Disco. CGD pubblica i suoi dischi e quelli di giovani come Lelio Luttazzi e Giorgio Consolini.

Dopo Teddy Reno anche altri artisti cercano una maggiore autonomia rispetto alle grandi case discografiche.

Nel 1961 Adriano Celentano crea il Clan etichetta indipendente che pubblica i dischi del Molleggiato e quelli di una ristretta cerchia di amici musicisti.

Con gli anni ’60 cresce il ruolo della televisione nella promozione musicale. L’immagine dell’artista assume un’importanza fondamentale.

Intorno alle case discografiche iniziano a ruotare curatori di immagine che si appoggiano a parrucchieri e centri estetici.

Le artiste fanno la fila da Vergottini, il raffinato parrucchiere in Via Montenapoleone conosciuto per i suoi tagli a caschetto.

Nel 1966 Caterina Caselli trova il successo a Sanremo con il brano Nessuno mi può giudicare e con un taglio alla Vergottini ribattezzato dai giornalisti casco d’oro. Però sarà breve: negli anni ’70 Caterina diventa manager presso Sugar, la casa discografica del marito e smette di incidere.

Caterina Caselli, il famoso Caschetto d’Oro

Intanto nel 1968 una livorosissima causa legale tra Don Backy e Celentano frantuma il Clan Celentano che da allora pubblica quasi solo gli album di Adriano Celentano e Claudia Mori.

Gli artisti così si rivolgono a nuove realtà indipendenti. Nel 1972 arriva a Milano la Cramps di Gianni Sassi, casa di compositori rock e jazz dai testi politicamente impegnati, come Eugenio Finardi e gli AREA.

Gli anni ’80 sono invece quelli del disimpegno ben incarnato dall’etichetta Baby Records che promuove uno spassoso falso d’autore: l‘italo disco. Musicisti italianissimi si spacciano per britannici e americani incidono canzoni pop dance in inglese che fanno il giro del mondo.

Lo storico logo della “Baby Records”

In questo clima la musica con tematiche sociali finisce messa da parte. I primissimi rapper incidono in studi di registrazione allestiti con pochi mezzi in cantine e centri sociali. Al Leonacavallo incide la prima importante crew di rap milanese i Lion Horse Posse.

Sarà un discografico indipendente a capire che il rap può vendere anche in Italia: è Franco Godi, patrono della Best Sound e scopritore degli Articolo 31.

Ma siamo già negli anni ’90 e arriva internet: lo tsunami dell’industria musicale mondiale.

Le grandi case discografiche chiudono, si accorpano tra loro o si evolvono. Sigle storiche come Ricordi e CGD scompaiono.

Tra i nomi storici rimasti attivi ne ricordo due che hanno gli uffici a poche porte di distanza nel complesso di Galleria del Corso 4. Sono la Sugar e la Carosello Records.

La Sugar guidata da Caterina Caselli ha lanciato negli anni Bocelli, Elisa, Malika Ayane e Raphael Gualazzi.

La Carosello ha puntato sul rap con i fortunati Emis Killa e Coez.

Intanto la tecnologia cambia anche il modo di promuovere la musica. Nascono le capsule, piccoli ambienti dove immergersi nella musica diffusa a 360 gradi.
Da pochi mesi ne esiste una anche a all’interno di Base Milano, l’ex Ansaldo di Via Borgognone.

Chi sarà il prossimo scopritore di talenti di a entrare nella capsula milanese? Sarà un manager di una vecchio colosso o un coraggioso indipendente? Per ora il viaggio nell’industria musicale milanese termina con queste domande.

Risposta da ascoltare a breve (si spera) su Spotify.

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