#106 Ristorante Il lusso della semplicità – Alessandro Borghese

Alessandro Borghese – Il lusso della semplicità

Viale Belisario, 3   Tel. 02/84.04.09.93  (chiuso mai)  =Chef Alessandro Borghese=   Pet friendly

Antipasti 18 – 29 euro / Primi piatti 18 – 37 euro / Secondi 20 – 36 euro / Dessert 14 – 16 euro

“Il lusso della semplicità”, oltre che il nome del ristorante di proprietà dello chef Alessandro Borghese, è anche la frase che a suo dire meglio rappresenta la sua filosofia in cucina.

Piatti semplici ma eleganti facenti parte di una cucina in continua evoluzione in cui la tradizione italiana (con qualche digressione etnica) viene interpretata in base allo stile dello chef, ai suoi viaggi e alle sue ricerchesui materiali e sui fornitori, sempre mantenendo come punto fermo la riconoscibilità della materia prima all’assaggio.

Dopo un paio di mesi d’attesa ho avuto il piacere di recarmi per cena in questo locale situato in zona ex Fiera al primo piano di un palazzo firmato Giò Ponti, al di sopra di un supermercato.

Gli spazi interni e gli arredi sono stati progettati dall’architetto Alfredo Canelli in stile retrò, ricordando un po’ le navi da crociera su cui Borghese ha lavorato da giovane. Una lunga vetrata con visuale sul viale sottostante e numerosi tavolini ravvicinati con cucina a vista, una saletta più intima con tavoli ampi ed un’area bar dove è possibile bere cocktails accompagnati da una decina di tapas. Una sessantina di coperti in tutto, tavoli senza tovagliato ma con poggia posate in acciaio e comode poltroncine. Arredo tutto sommato anonimo e atmosfera piuttosto informale, vivace e rumorosa, tanto da riuscire a fatica a sentire la buona musica proposta dal Dj set.

Lo staff, giovane e simpatico ma poco professionale….forse perchè quella sera mancava lo chef, impegnato nella registrazione di un suo programma?

Dopo un amuse bouche del tutto insignificante e difficile da mangiare senza una posata adeguata e senza pane, ci viene portata la lista e ci vengono proposti alcuni piatti fuori menù senza poterne conoscere il costo (perchè non aggiornare per tempo la lista?).

Nella scelta del vino l’insistenza del personale è stata piuttosto fastidiosa e i consigli (non richiesti) ci sono parsi del tutto inadeguati rispetto alle pietanze ordinate. Un Aglianico del Vulture, comunemente definito il “Barolo del sud” era, nonostante si asserisse il contrario, a mio parere poco adatto ad una cena per lo più a base di pesce, inoltre il prezzo della bottiglia evidenziato nella lista mi pareva un tantino esagerato, così come del resto per buona parte dei vini in elenco.

Il personale porge le pietanze senza sapere a chi sono dirette e senza spiegare nulla. Ho modo di assaggiare alcuni tra i piatti ordinati: una “Pasta Armando” cacio e pepe senza lode e senza infamia, una saporita fregola sarda con crudo di gamberi rossi di Mazara, un ceviche di pescato bianco al latte di cocco, una seppia grigliata con crema di pisellini e cavolo alla brace (piuttosto gommosa e quasi fredda). Nulla di entusiasmante, nessuna emozione, speriamo nei dolci di cui ci vengono tessute le lodi: zuccotto di gelato al latte con chutney di mango e peperoncino, tortino spaccato di mele con gelato al caprino, spugna di cappuccino al caramello salato, bauletto con spuma di rabarbaro e cioccolato messicano affumicato. A parte l’aver omesso di servirci le posate per tempo, sembra tutto invitante e ben presentato ma poi delude il palato, così come i dolcetti finali presentati col caffè….manca uno sprint in più.

Insieme al conto viene offerta la possibilità di dare i voti finali (come nel programma di Borghese “I quattro ristoranti”) a location, servizio, menù e conto: la media dei voti al nostro tavolo ha penalizzato maggiormente servizio e conto.

Alla cassa si scusano per l’incapacità nella suddivisione del conto e, insieme ad un bel sorriso, spunta una calcolatrice…

Ci tornerei? Penso che in una città come Milano, per la cifra spesa, si possa e si debba trovare di meglio. Spiace dirlo, ma…difficile “riBBBBaltare il risultato”!

Curiosando nei dintorni:

City Life

E’ il nuovo quartiere nato nei 360.000 metri quadrati dell’ex Fiera di Milano. Nell’area, in cui entro il 2023 dovrebbero abitare e lavorare tra le 13.000 e le 14.000 persone, si affacciano sul parco e sul quartiere esterno le residenze firmate da Zaha Hadid e Daniel Libeskind, gli architetti che con Arata Isozaki sono responsabili dell’intero progetto. Proprio il parco, con una superficie di 168.000 metri quadrati (è il terzo parco pubblico del centro città dopo il Sempione e i Giardini Montanelli) è il cuore di City Life. Progettato dallo studio londinese Gustafson Porter, vincitore di un concorso internazionale, il giardino riproduce le caratteristiche del paesaggio milanese e del suo territorio. Al centro dell’area verde svetteranno, una volta completati, il Dritto, lo Storto e il Curvo, come sono state ribattezzate le tre Torri rispettivamente di Isozaki, la più alta (202 metri), di Zaha Hadid e di Daniel Libeskind.

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vania@latw.it